pagina web di Ercolina Milanesi
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I miei studi teologici
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Induismo
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L’Induismo, a differenza delle altre grandi religioni
(Buddhismo, Cristianesimo e
Islam) non ha fondatori, né una organizzazione o una dottrina codificate.
L’Induismo si pone come “ la religione eterna” ed è caratterizzato
dal suo grande, quasi sconcertante eclettismo
e dalla sua disponibilità ad aver sempre assorbito, nel corso
della storia, nuove ispirazioni e nuove forme di espressioni religiose. La parola “indù / hindu significa, semplicemente, “ indiano “ (
dalla stessa radice di Indo ), e il modo migliore per definire l’Induismo
è forse quello di considerarlo come la somma delle diverse forme
religiose sviluppatesi nel paese dopo l’invasione degli indoeuropei
nell’India del nord, tre o quattromila anni fa. Anche il Cristianesimo e l’Ebraismo possono rifarsi a una tradizione
millenaria; il tratto peculiare dell’Induismo, tuttavia, è che tutti
gli “strati” storici sembrano convergere in un unico istante. Pur
nella sua molteplicità, l’Induismo si può percepire come un
tutt’uno, perciò è stato paragonato ad una foresta tropicale, dove
convivono le specie diverse di piante e di animali.
Il sacrificio era importante nel culto degli Ariani, che presentavano
offerte agli dei per propiziarli e controllare le forze demoniache, oscure
potenze che cercavano di scatenare il caos nell’ordine del mondo. Il periodo cosiddetto vedico-antico ( all’incirca dal 100 al 500 A.C.)
è stato un momento centrale nello sviluppo religioso degli indiani.
Speciale importanza hanno rivestito le “ Upanishad “, i testi più
letti tra gli induisti, allora come oggi. Sono commentari
mistico-filosofico-religiosi al testo dei Veda, in forma di dialogo tra
maestro e allievo, e definiscono il concetto di “ brahman “, la forza
spirituale primordiale che sta alla base di tutto l’universo. Tutte le
creature viventi nascono da Brahman, in esso vivono e ad esso ritornano
quando muoiono. L’Induismo costituisce, oggi, una variegata moltitudine di diverse forme
di culto . Tre elementi, tuttavia, sembrano unire tutti gli indù: la casta, la vacca
sacra e il karma. La distruzione in classi sociali caratterizza tutte le società del mondo,
ma non esiste, altrove, un sistema preciso e rigoroso quanto quello
indiano. Fin dai tempi antichi si sono formati quattro raggruppamenti
principali o classi (varna, cioè colore, è la parola usata in
sanscrito): Sacerdoti (bramini) – Guerrieri – Contadini, commercianti e artigiani
– Servitori. Man mano che la società indiana andava sviluppandosi, si creavano nuove
suddivisioni. All’inizio del secolo scorso si contavano circa tremila
caste. Il sistema di caste è di origine incerta, e non è provato che sia
un ulteriore sviluppo del sistema dei quattro gruppi. “Casta” è parola portoghese, mentre la corrispondente indiana è “jati.”,
che significa “nascita” o “carattere”. Le caste sono per lo più connesse a determinate professioni. In un
villaggio indiano si possono individuare venti-trenta caste, i cui
appartenenti vivono solitamente all’interno del proprio ristretto
raggruppamento di abitazioni. Esistono regole severe per la condotta di
vita e le pratiche religiose degli appartenenti alle caste, e queste
regole stabiliscono con chi ci si può sposare o avere rapporti sessuali,
che cosa è permesso mangiare, quali professioni si possono svolgere. Il
concetto religioso che sta alla base del sistema delle caste è quello di
puro e impuro. Il contrasto fra puro e impuro impregna tutto l’Induismo.
Per un bramino è impuro tutto ciò che ha a che fare con il corpo e la
materia; se ci si è resi impuri per una nascita, una morte o un atto
sessuale, oppure si è venuti a contatto con un non-appartenente a una
casta o con un membro di casta inferiore, occorre purificarsi. E la più
nota e tradizionale purificazione avviene per mezzo dell’immersione
nell’acqua di uno dei molti fiumi sacri dell’India, come per esempio
il Gange. Le regole sulla purezza determinano anche la ripartizione del
lavoro all’interno della società e alcune occupazioni o mansioni sono
così impure che possono essere svolte solo da determinate caste. Queste
hanno il dovere di aiutare gli altri gruppi a conservare la propria
purezza. D’altro canto, solo le caste che aspettano le regole per la
purezza possono adorare gli dei principali e perché questo sia possibile
è necessario che altri uomini siano impuri. Ma tutti beneficiano della
purezza del puro, poiché è nell’interesse di tutti gli indù che i
riti siano osservati. Il sistema di caste in India ha rappresentato la cornice della vita del
singolo, così come avviene per la tribù in Africa. Essere espulsi dalla
propria casta è la peggiore delle punizioni e viene applicata a chi
compie crimini di particolare gravità. Al livello più basso del sistema di caste stanno gli “intoccabili” o
“senza casta”, spesso chiamati paria. Sono ad esempio gli addetti alla
raccolta dei rifiuti, i criminali e coloro che in generale hanno a che
fare con animali morti. Del tutto esterni al sistema delle caste sono cristiani e musulmani. La costituzione indiana, entrata in vigore nel 1947, ha introdotto il
divieto di discriminazione per motivi di appartenenza di casta, ma ciò
non è sufficiente a cancellare le antiche distinzioni sociali e
religiose. In India la vacca è un animale sacro, adorato in occasione di alcune
feste religiose ed il rito è legato ad un antico “ culto della fertilità”,
e nei testi dei Veda vi sono inni dedicati a questo animale perché esso dà
all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno per vivere. La vacca è divenuto
un simbolo di vita e non si può uccidere, ma la società occidentale
condanna questo atteggiamento sostenendo che bisognerebbe piuttosto
macellare il bestiame per nutrire le folle degli affamati che popolano
l’India. Ma se esaminiamo più da vicino il ruolo che la vacca svolge
nell’agricolture del paese, troviamo aspetti positivi, difatti il 70 per
cento della popolazione vive dei prodotti della terra e c’è gran
carenza di bestie da soma e da traino in quanto sono pochi coloro che
posseggono attrezzi agricoli e trattori. Inoltre lo sterco di vacca serve
non solo come fertilizzante, ma anche come combustibile. Per quanto
riguarda gli aspetti del culto, la vacca è più pura del bramino, toccare
uno di questi animali, quindi, costituisce un rito purificatore e tutti i
prodotti della vacca, latte, burro, e persino lo sterco e l’urina si
usano in una serie di cerimonie di purificazione. Per gli indù, oltre la
vacca, altri animali sono sacri: la scimmia, il coccodrillo e il serpente.
Inoltre la religione condanna l’uccisione degli animali e ciò ha
favorito l’affermarsi delle diete vegetali e ha gettato le premesse per
quell’ideale della non-violenza, noto in Occidente soprattutto grazie a
Gandhi e alla sua battaglia per l’affrancamento dal colonialismo
inglese. La teoria che l’uomo possieda un’anima immortale è al centro della
filosofia delle Upanishad: “Non invecchia quando si invecchia, e non
muore quando si viene uccisi”. Un indù crede che l’anima umana dopo la morte si reincarni in un altro
essere vivente e può prendere dimora anche in un animale. Nel ciclo della
reincarnazione si passa da una esistenza all’altra con costanza
inesorabile e la molla originaria di questa costanza, o la forza che la
mantiene in atto, è il “ karma”, termine sanscrito che significa
“azione”,”atto”. Anche pensieri, parole e sentimenti sono karma. L’Induismo non riconosce alcun “destino cieco” né provvidenza
divina; ognuno è il solo, unico responsabile della vita presente, e di
quella successiva; l’uomo raccoglier ciò che semina. Nel periodo vedico la legge del karma e la reincarnazione erano
considerate come un fatto positivo. Con offerte sacrificali e buone azioni
ci si poteva spettare di vivere numerose vite. Nell’Induismo più tardo
tale processo ha assunto un significato negativo, quello di un ciclo
malefico da cui bisogna liberarsi. Non si trova, nell’Induismo, un’unica, chiara dottrina della salvezza
che insegni come l’uomo possa sfuggire al ciclo eterno della
reincarnazione. Le innumerevoli correnti e sette hanno concezioni diverse.
E’ possibile, tuttavia, delineare tre diverse vie per la salvezza,
ciascuna delle quali ha svolto un ruolo importante nella storia
dell’India ed è ancora rilevante nell’Induismo attuale: la via delle
cerimonie sacrificali, la via della conoscenza e la via dell’abbandono. Queste vie per la salvezza rappresentano le tre tendenze principali
dell’Induismo. Il fedele può sceglierne una o può anche, nella sua
pratica religiosa, ispirarsi a tutte e tre.
La via delle cerimonie sacrificali: la parola indiana karma sta per
“azione” e oggi questo termine si usa per indicare tutte le azioni
dell’uomo, o il risultato finale di tali azioni. Nel periodo vedico la
parola karma era usata in rapporto alle cerimonie religiose o rituali,
soprattutto sacrificali, dato che queste erano necessarie per migliorare
la fertilità e mantenere l’ordine del mondo. Ancora oggi questa antica
pratica delle offerte, ampiamente descritta nei Veda, occupa un posto
importante nell’Induismo. Molti indù cercano di assicurarsi felicità
terrena, buona salute, ricchezza ed altro mediante le offerte di sacrifici
e buone azioni. Lo scopo finale, cioè la liberazione dal ciclo malefico
della reincarnazione, rimane comunque lo stesso per tutto l’Induismo. La via della conoscenza o della percezione: un concetto centrale nelle
Upanishad è che l’uomo è legato al ciclo eterno delle reincarnazioni
dall’ignoranza, mentre la via alla salvezza è costituita dalla
comprensione della vera natura dell’esistenza. Nel momento in cui
l’uomo raggiunge il giusto grado di conoscenza viene liberato dalla
condanna della reincarnazione. Si è salvi quando si acquisisce la consapevolezza che l’anima
dell’uomo (atman)è una cosa sola con l’anima del mondo (brahman).
Atman infatti non appartiene solo all’uomo, ma anche alle piante e agli
animali. Chiamiamo questo tipo di concezione panteismo. Brahman è il
principio portante di tutto l’universo, una forza che pervade ogni cosa,
una divinità impersonale; e tutte le anime individuali sono un riflesso
di quest’unica anima del mondo. L’uomo è liberato dal ciclo della
reincarnazione nel momento in cui assume piena coscienza dell’unità di
atman e brahman. La via dell’abbandono: una terza via per la salvezza, nata nell’India
meridionale intorno al 600 d.C. e diffusasi ben presto in tutto il paese.
Già nel III° secolo a.C. questa via, la più seguita nell’Induismo
attuale, aveva trovato la sua espressione letteraria nella Bhagavadgita,
il poema religioso che costituisce il più importante testo sacro degli
induisti. Punto di partenza di tutte e tre le vie per la salvezza è la
dottrina del karma. La via delle cerimonie sacrificali si basa sul principio che l’uomo può
raggiungere la salvezza attraverso i riti. Alcune correnti filosofiche,
invece, sostengono l’opposto: non sono le offerte sacrificali ma è
l’ascesi che permette all’uomo di sopprimere l’intero karma e di
sottrarsi una volta per tutte al ciclo eterno. La Bhagavadgita, pur non
rifiutando queste vie tradizionali alla salvezza, ne indica una migliore e
più semplice: se l’uomo si abbandona a Dio e compie le cerimonie della
tradizione secondo fini, cioè senza pensare al proprio vantaggio, la
grazia divina lo libererà dalla trasmigrazione. La Bhagavadgita propone un rapporto con Dio più personale di quello
descritto nei Veda. Questo rapporto è caratterizzato dall’amore e
dall’abbandono dell’uomo a Dio in una relazione io-tu. Ciò non
significa tuttavia che la Bhagavadgita sia contraria alle cerimonie
sacrificali e alla percezione religiosa; anzi, sia “l’offerta
materiale” sia “l’offerta concettuale” sono valutate in modo
positivo, poiché è unico il Dio che le riceve e questi è il brahman dei
filosofi. Ma non ci si devono attendere vantaggi di sorta dalle cerimonie
sacrificali e dagli esercizi yoga. E’ solo per grazia di Dio che
l’uomo viene liberato dal ciclo eterno, indipendentemente dai propri
sforzi. La via più sicura per la salvezza è l’abbandono in Dio e la
fede. Il termine sanscrito per esprimere questo abbandono è bhakti.
Significativo è anche il fatto che tutti gli uomini, indipendentemente
dal sesso e dalla casta a cui appartengono, possono raggiungere la
salvezza per il tramite dell’abbandono in Dio. La molteplicità nell’Induismo trova infine espressione nella
rappresentazione degli dei. L’Induismo più filosofico ha una
“concezione panteista”: la divinità non è un’entità in sembianza
di persona, ma una potenza che pervade tutto, oggetti inanimati, piante,
animali e uomini. All’estremo opposto troviamo una “concezione
politeista”, caratterizzata dalla fede in una grande quantità di dei.
Quasi ogni villaggio ha la propria divinità locale. Il culto si concentra, soprattutto, su due dei, entrambi con radici nel
Veda. Uno è Vishnu, un dio mite e affabile, spesso rappresentato nelle
sembianze di un bel giovinetto. Nell’Induismo moderno ha assunto
particolare importanza nella sua duplice manifestazione di Rama e Krishna.
La più popolare delle due manifestazioni (o”discese”) è quella
rappresentata da Krishna, adorato come un onnipresente re del mondo.
Spesso è raffigurato come un pastore e le sue avventure erotiche con le
pastorelle sono interpretate in chiave metaforica come simbolo
dell’amore di Dio per gli uomini. Analoga interpretazione si dà al
rapporto di Krishna con la sua amata Radha. Il loro amore, la separazione
e il ricongiungimento simboleggiano la ricerca dell’anima che aspira
all’unione finale con Dio. Molto diffuso è anche il culto dell’altro dio Shiva, che è il dio
dello yoga e della meditazione e viene spesso rappresentato come asceta.
E’ anche in dio estatico e selvaggio. Creatore e distruttore insieme e
ciò lo rende a un tempo spaventoso e affascinante. Porta malattia e
morte, ma anche guarigione e vita. Nella tradizione bhakti, Shiva è
rappresentato invece come un dio misericordioso che libera l’uomo dalla
trasmigrazione dell’anima. La filosofia religiosa indiana è spesso
sostenuta dalla fede in un Dio eterno. Non è però specificato se questi
sia Vishnu, Shiva o un altro. A ciascuno è lasciata la libertà di
adorare Dio in questa o quella forma. Nelle speculazioni erudite, Vishnu e
Shiva sono spesso concepiti assieme al dio Brahma come una trinità:
Brahma è il creatore, che dà forma al mondo; Vishnu è colui che
conserva le leggi di natura e l’ordine del creato e Shiva è il
distruttore che alla fine di ogni epoca demolisce il mondo il quale poi
sarà ricreato da Brahma. Le tre figure rappresentano dunque la funzione
creatrice, conservatrice e distruttrice di Dio. Nella visione religiosa
popolare, tuttavia, questa dottrina ha un significato minore. Nell’Induismo si trovano anche diverse divinità femminili. Alcuni
ritengono che le numerose dee altro non siano che modi diversi di
rappresentare un’unica grande divinità femminile, “regina
dell’Universo”, o “dea madre”. La versione più conosciuta è Kali,
che gradisce sacrifici animali ed è venerata soprattutto nell’India
orientale. Essa spesso è raffigurata nell’atto di calpestare il corpo
di Shiva e ciò fa capire quale grande importanza abbia tra le divinità
indù. La scelta di “Madre India” – Bharat mata- come divinità nazionale
nell’India moderna sta a indicare quanto radicato sia il culto delle
divinità femminili nella regione indiana. A lei è dedicato un tempio
nella città sacra di Varanasi, dove invece della consueta immagine divina
è esposta e venerata una grande mappa dell’India. Nella maggior parte dei villaggi vi sono templi dedicati a Vishnu o a
Shiva che sono visitati dai fedeli soprattutto in coincidenza delle
maggiori solennità. Nella vita di tutti i giorni, invece la gente è
solita frequentare i templi delle divinità minori alle quali è più
facile rivolgersi anche per piccole necessità personali. L’intervento degli dei minori può essere invocato in campi particolari,
come la salute. Molti di essi hanno origine esclusivamente umana: in vita
erano stati eroi morti in guerra o mogli fedeli che si sono fatte bruciare
insieme al cadavere del marito. Alcuni sono gli spiriti di uomini malvagi
che devono essere adorati perché ne sia neutralizzata la malvagità. La maggior parte dei fedeli induisti dispone, nella propria casa, di una
apposita stanza o un piccolo altare posto in un angolo e ornato con una o
più immagini divine. Vengono preparati acqua, incenso, cibo e decorazioni
floreali. Alcuni celebrano una funzione
( puja ) più volte al giorno, altri in un giorno particolare della
settimana (di regola il venerdì). Il rito può variare di casa in casa,
ma sempre comprende offerte. preghiera, recitazione di testi sacri e
meditazione. Prima del puja un indù compie un bagno purificatore, quindi,
seguendo regole ben precise, depone sull’altare le sue offerte: riso,
frutta o fiori. Poi si prostra sul pavimento davanti alle immagini divine
e, con le mani congiunte, scandisce il nome di un dio o recita un brano
tratto dai testi sacri. Ma è anche praticata la preghiera libera e
personale. Non è necessario per un indù recarsi al tempio, anche se le
funzioni religiose nei templi sono molto frequentate e ogni villaggio
indiano dispone almeno di un tempio. La cerimonia comincia con il “
risveglio “del dio a suon di musica, poi l’immagine divina viene
lavata e riceve, ripetutamente nel corso della giornata, offerte di cibo.
I fedeli che si recano al tempio recitano preghiere agli dei, offrono
fiori o altri doni oppure ascoltano i sacerdoti che spiegano i testi
sacri. Per un indù, “ fare” è più importante che “pensare”. Cioè la
giusta prassi è più importante della giusta fede: il rito religioso è
più importante del contenuto della fede stessa. Anche se la vita religiosa in India è varia e multiforme, gli indiani
sono accomunati dal “ dharma “, una legge o etica di vita valida per
tutti. Ciò non implica che tutti gli uomini siano simili tra loro; il
dharma comprende i doveri verso la famiglia, la casta e la società nel
suo insieme; ma questi variano da individuo ad individuo e da casta a
casta, fin dalla nascita. I quattro stadi della vita sono: nella “Bhagavadgita”tutte e tre le
vie della salvezza sono considerate preziose; allo stesso tempo si
sottolinea l’importanza di compiere il proprio dovere in famiglia e
nella società. Fin dai tempi antichi la vita dell’uomo, in relazione
alla conoscenza, all’adorazione religiosa, al dovere di casta e
all’ascesi si svolge attraverso quattro diversi stadi. Questa
suddivisione vale in primo luogo per i bramini maschi, ma anche le caste
dei guerrieri e dei contadini possono adottarla in tutto o in parte. I
“quattro stadi della vita”, tuttavia, rappresentano un ideale che non
a tutti è dato realizzare. All’età di otto anni, un giovane bramino diviene “allievo” di un
maestro ( guru ), il quale lo istruisce nei testi sacri e, nel corso di
una cerimonia gli dona il “filo sacro”. Da quel momento il giovane è
considerato “rinato” o “nato per la seconda volta”. Completati gli
studi, l’uomo vive un periodo come “padre di famiglia”: si sposa, ha
figli, frequenta le funzioni religiose, compie i suoi doveri di casta e
gode dei piaceri della vita. Questa fase dura finchè i suoi nipoti
cominciano a crescere. A quel punto egli entra nella “ fase
contemplativa”della sua vita; da solo o con la moglie si ritira in un
luogo appartato, che in passato era spesso il bosco e che oggi è per lo
più un convento o un centro religioso (ashram). Il
quarto ed ultimo stadio è quello dell’ascetismo vero e proprio. Il
vecchio si priva di tutto ciò che possiede e inizia a vagabondare senza
fissa dimora; vive di elemosina e si dedica interamente alla conoscenza di
sé. I doveri di casta e tutti i legami terreni sono sciolti, e in lui
prende dimora “il divino”. Anche per quanto riguarda la concezione della donna e il suo ruolo nella
società e nella religione, l’India è il continente dei grandi
contrasti. Nei Veda è detto che uomo e donna hanno pari valori,”come le
due ruote di un carro”. Questo concetto, però, raramente è stato
tradotto in pratica. In un codice di leggi indiano di duemila anni fa si
legge, a proposito del ruolo della donna: “ Ciò che per il fanciullo è
lo studio e il servizio nella casa del maestro, deve essere per la
fanciulla abitare presso il marito, assisterlo nei suoi doveri e ricevere
i suoi insegnamenti. Custodire il fuoco sacro, così come il suo sposo le
insegna, corrisponde al servizio del fanciullo presso il fuoco sacrificale
del maestro”. In India le donne sono spesso considerate “proprietà” del marito. Una
donna non sposata gode di uno status inferiore, e una donna sposata senza
figli vive in una condizione precaria. D’altro canto l’India è stato uno dei primi esempi di Stato governato
da una donna. Molte donne hanno una grande influenza pubblica, e in nessun
altro paese del terzo mondo le donne che lavorano fuori casa sono così
numerose. In questo contesto, l’appartenenza ad una casta può avere una
importanza decisiva. Anche il culto di numerose divinità femminili può
contribuire a rafforzare l’autoconsiderazione delle donne.
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