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Le eresie medievali
Dopo le grandi contese trinitarie e cristologiche che caratterizzarono i
primi secoli cristiani, fra IV e VIII secolo, per un lungo periodo, fino
alla metà del XII secolo, non abbiamo traccia di eresie, aldilà di casi
peculiari e circoscritti ispirati per lo più dal desiderio di
uniformarsi all'insegnamento di monaci e di eremiti. La rinascita
ereticale che imperversò tra XII e XIV secolo nella Francia provenzale e
occitana e nell'Italia centro/settentrionale, primi fra tutti i
movimenti ereticali del Catarismo, Valdismo e quello apostolico o
dolciniano, fu assai diversa rispetto a quella dei primi secoli del
Cristianesimo. Quanto le prime eresie erano, infatti, il frutto di vere
e proprie dispute filosofiche e teologiche appartenenti ad ambienti
acculturati ed eminentemente bizantini, tanto le eresie del basso
Medioevo erano diffuse all'opposto tra i laici di media condizione.
Per spiegare un fenomeno di così vasta portata come l'eresia medievale,
non possiamo esimerci dal considerare la rinascita economica, e quindi
sociale, che, a partire dai primi del secolo XI, si manifestò in Europa.
Conseguenze immediate furono la riforma della Chiesa e quella monastica,
che dettero il via ad un processo rinnovatore, un vero e proprio humus
spirituale ed etico, che coinvolse tutta la società medievale, e con
essa anche la vita religiosa, capace di risvegliare la coscienza
religiosa e civile dei laici, attratti dagli ideali di coerenza morale e
di ritorno alla purezza evangelica. A partire dal secolo XI, ed in
particolar in quello successivo, sono evidenti i segni di questo
rinvigorimento in tutta l’Europa: la popolazione aumenta di numero,
sorgono nuovi centri abitati, le città rinascono a nuova vita e in esse
si formano e si sviluppano nuovi ceti sociali. Ovunque, ma in
particolare nell’Italia centro-settentrionale e nella Francia
provenzale, ci sono uomini nuovi che, spinti da spirito di iniziativa,
da sete di guadagno e da desiderio di libertà, percorrono le strade
d'Europa, e con loro servi della gleba che fuggono dal feudo e per
affrancarsi nella città.
Tutto questo accadde nel complicato e confuso scenario di rivolgimenti
politici che fu la Lotta per le Investiture, che coinvolse i due
principali attori politici del tempo: l’Impero ed il Papato. I burgenses
iniziano, così, a spingere dal basso e a ritagliarsi spazi fino ad
allora preclusi e a tradurre il loro anelito di cambiamento e di libertà
anche in ambito religioso (e non poteva essere altrimenti tenuto conto
che la religione occupava ogni aspetto della vita sociale e comune di
allora). Nel XII secolo, ispirata agli ideali evangelici ed apostolici,
in antitesi ai costumi della Chiesa mondana e corrotta, si manifesta un
po’ in tutta Europa una fervente attività religiosa popolare, promossa
e sostenuta dalla predicazione itinerante di monaci (tra i quali
ricordiamo il Monaco Enrico e Pietro di Bruys). Questi germi li
ritroviamo già all'inizio della riforma monastica, dalla quale prese le
mosse e si sviluppò la riforma gregoriana: già in quegli anni Oddone di
Cluny metteva in evidenza come i cattivi costumi del clero concubinario
fossero la causa per cui, tra la gente comune, si era cominciato a
ritenere che un sacerdote indegno non potesse officiare la messa e dare
i sacramenti in quanto corrotto e, quindi, fuori dal corpo della Chiesa.
È a questo intenso soffio di rinnovamento spirituale che dobbiamo anche
le prime e spontanee spedizioni di vaste fasce di popolo che
precedettero la prima crociata e che, senza alcuna assistenza da parte
delle autorità, si avviarono verso la Palestina, attratte dal miraggio
della terra del Signore, per liberarla dagli infedeli.
La condanna del clero corrotto e mondano del secolo XI, pronunciata non
solo da attivi riformatori, ma anche da vescovi e monaci, ebbe come
conseguenza la riscoperta della vita apostolica, semplice e pura, della
Chiesa dei primi secoli. Il Vangelo è una costante, una fonte di
riferimento pressoché unica, e quella più largamente citata, da parte
di tutti gli eretici e i riformatori popolari del Basso Medioevo, tanto
tra gli eretici di Arras e di Monteforte, quanto nella dottrina di
Pietro di Bruys o in quella di Arnaldo da Brescia. È a questo che si
deve l’origine dell'eresia medievale, non ad un tardivo risorgere della
più antica gnosi. È a questa aspirazione di una Chiesa più aderente ai
dettami del Vangelo che si deve la costante opposizione di tutti i
movimenti ereticali, dell'XI secolo come dei secoli successivi, alla
Chiesa romana, raffigurata quasi sempre nella meretrice dell'Apocalisse,
o nella Babilonia della prima lettera di Pietro. Anche il movimento
patarino che condusse una lotta decisa contro il clero concubinario e
simoniaco, tendeva decisamente verso una Chiesa di popolo e ispirata
soprattutto alla parola del Vangelo, ripudiando la messa celebrata e i
sacramenti impartiti da sacerdoti.
Le eresie medievali non sono qualcosa di estraneo, avulso dal contesto
dottrinario, ma si inseriscono, a modo loro, nella società del Basso
Medioevo, che è indubbiamente tutta cristiana. Sono, anzi, il prodotto
di quel lungo processo di trasformazione e sviluppo della società
cristiana (la Christianitas) e delle sue istituzioni, che raggiunse il
suo culmine nel XIII secolo. Il messaggio evangelico viene visto come
altro dalla Chiesa, intesa come istituzione e gerarchia ecclesiastica,
opulenta e ricca, compromessa con i potenti ed essa stessa potente.
Risulta evidente l'inadeguatezza degli uomini di chiesa e bassa la
credibilità di molti dei suoi predicatori. Ed è a questa parte della
società (soprattutto cittadina) che gli eretici si rivolgono,
ispirandosi al messaggio salvifico del vangelo. Da qui il loro impegno
concreto con atti di carità, di assistenza ai bisognosi, ai malati, ai
poveri, che fu una costante in tutti i movimenti, dando luogo ad un
cristianesimo “sociale”.
Altra costante comune tra i vari movimenti ereticali è anche il
sostenere di essere gli unici e legittimi rappresentanti, e quindi
eredi, di Cristo e degli apostoli, contro la legge della Chiesa e la sua
tradizione, contrapponendo l'«Ecclesia Dei» all’«Ecclesia diaboli» (è la
sequela del Cristo, o il Vangelo sine glossa). E non è un caso se, agli
occhi di molti contemporanei, gli eretici vengono percepiti i veri
"cristiani", i boni cristiani. Lo stesso Bernardo da Chiaravalle, morto
nel 1153, uno dei più influenti predicatori e difensori dell'austerità
del suo tempo, ritenne che fu proprio il diffuso malcontento popolare,
sia dei ricchi che dei poveri, per la corruzione del clero regolare, una
delle ragioni principali della straordinaria popolarità che conobbe il
catarismo, che annoverava tra le sue fila molti esponenti della nobiltà
occitana e provenzale, a quel tempo la più civile d'Europa.
Spinti da questo malessere religioso e da un’ansia di partecipazione,
che, comunque, rimase sempre circoscritta alla sfera religiosa, senza
assumere quasi mai i connotati di una contestazione sociale (casomai
riscontrabile in alcuni movimenti del Basso Medioevo, in ogni modo
sempre a latere), molti tra quelli che si sentivano delusi dalla Chiesa,
si rivolsero alla lettura della Bibbia e delle Sacre Scritture,
piuttosto che ai padri della Chiesa o ai sacerdoti. Tra loro ci furono
uomini come Pietro Valdo, Wyclif, Huss e Martin Lutero che si accorsero
che in quei testi non vi era segno o menzione di quei dogmi sui quali la
Chiesa basava la propria continuità e il suo potere. Non vi erano
riferimenti ai sacramenti, al purgatorio, ai pellegrinaggi, alle
indulgenze o alla venerazione delle reliquie. Ma il Papato (e come
poteva esser altrimenti?) si rifiutò sempre di venir incontro a queste
esigenze di rinnovamento, trasformando molti di questi riformatori in
eretici, dove, in termini teologici, di eretico c’era ben poco.
Significativo in questo senso è anche il successo che conobbe
l’escatologia di Gioacchino da Fiore (morto nel 1202). Sua è
l’interpretazione della storia del mondo in tre distinte ere, ognuna
delle quali preceduta da un lungo periodo di gestazione: l'era del Padre
(o della Legge), l'era del Figlio (o del Vangelo), e l’era dello
Spirito, che aveva stimato che sarebbe iniziata intorno al 1260, numero
simbolico più volte citato nell'Apocalisse di Giovanni (11,3 e 12,6) e
sarebbe durata fino alla venuta dell’Anticristo e del giudizio
universale. In quell’anno, così denso di significati per Gioacchino, non
si sarebbe verificata la parusia (ovvero il secondo ritorno di Cristo
sulla terra), ma l'avvento di un'era di concordia e di fine della
gerarchia della Chiesa. Particolarmente famoso fu il suo commento dove
veniva affermato che prima che ciò potesse avvenire, dovevano
verificarsi alcuni prodigi, primo fra tutti la venuta di un grande
maestro, un «nuovo Elia», e un nuovo ordine di monaci che avrebbero
diffuso lo Spirito nei più remoti angoli della terra, convertendo al
cristianesimo persino gli ebrei. Questa nuova interpretazione dei testi
escatologici provocò una miriade di esegesi e trattati
pseudo-gioachimiti in cui si cercava di identificare i segni
premonitori che identificassero il principio di questa nuova era.
Possiamo citare i francescani appartenenti alla corrente degli
Spirituali (o fraticelli) che identificavano il loro movimento con il
nuovo ordine di monaci che avrebbero dovuto guidare la comunità
cristiana nell'era dello Spirito. Oppure all'imperatore Federico II,
che, scomunicato per spergiuro, bestemmia ed eresia, da più parti venne
identificato con l'Anticristo. E non fu un caso se, verso la fine del
1260, l'anno che Gioacchino aveva indicato come inizio dell'era dello
Spirito, si ebbe la prima manifestazione pubblica di flagellanti, che da
Perugia si estese un po’ in tutta Europa.
La lotta tra inquisizione ed eretici si presenta, essenzialmente, come
scontro tra autoconservazione dell'istituzione e le istanze individuali,
o di piccoli gruppi, per appropriarsi il diritto alla predicazione (non
esiste e non si ha percezione di un’antichiesa ereticale, intesa come
altra e nuova istituzione, sostitutiva di quella esistente). Gli stessi
manuali inquisitoriali non preparano e sostengono gli inquisitori ad una
lotta contro una controistituzione, ma semplicemente contro degli
errori, dottrinari e comportamentali, individuali. Per l’inquisizione
l'eresia è tale perché in contrasto con i principi della dottrina e
della morale stabiliti dal magistero ecclesiastico, non perché realizza
un'istituzione alternativa alla Chiesa. Il suo scopo è accertare se le
affermazioni eretiche siano veramente credute da chi le sostiene, o se
sono frutto dell’ignoranza, perché la vera eresia (dal greco haeresis,
ovvero “scelta”) è frutto di una scelta consapevole e libera.
L’aspetto dottrinale e l’assetto teorico e morale che stava dietro non
ricoprivano per gli inquisitori un ruolo importante. All'inquisizione
non interessava in alcun modo stabilire che cosa fosse eresia; non ha
mai cercato il dialogo. Il suo era un fine esclusivamente di
accertamento e di repressione, partendo dal presupposto esclusivo ed
autoritario che «extra ecclesiam nulla salus». Con la Chiesa orientata
in quegli anni verso il conformismo religioso ed una rigida
istituzionalizzazione dei fedeli, ogni interpretazione o atteggiamento
«extra ecclesiam» era definito illegittimo e causa di perdizione, e di
conseguenza eretico. Agli occhi di un inquisitore, quasi sempre un frate
predicatore od uno minore, discutere era già di per sé un errore poiché
la verità che gli era stata affidata da difendere, era certa ed
immutabile, meno che mai suscettibile di aggiustamenti. Gli inquisitori
non si sforzano mai di capire questo “malessere ereticale”, così come le
istanze pauperistiche e la richiesta di un rinnovamento integrale della
Chiesa, unita ad una maggiore partecipazione alla vita religiosa da
parte dei laici.
Un atteggiamento mentale di questo genere fece sì che le varie forme di
dissenso religioso venissero incasellate in schemi già noti, quasi
sempre ascritte ad un rifiorire del manicheismo, ricostruendo, in questo
modo, uno spaccato della devianza religiosa del Duecento e Trecento
frammentato e contraddittorio, nella maggior parte dei casi lontano
dalla realtà. Ad aggravare ulteriormente la conoscenza delle fonti
storiche, è che i documenti che ci sono giunti e che parlano dei vari
movimenti sono soltanto quelli riportati dalla parte avversa, dalla
penna, cioè, dei controversisti e degli inquisitori cattolici che
espongono le dottrine degli eretici in aperta polemica contro di essi.
Interessati ad evidenziare solo quei caratteri esteriori che gli
permettevano di riconoscere se un movimento religioso era o non conforme
alla dottrina della Chiesa, nei vari manuali, trattati e costituzioni
pontificie ed imperiali, i cronisti descrivono indistintamente le eresie
secondo canoni prestabiliti; tratti comuni sono il turpiloquio, la
sodomia, l’incontinenza sessuale e la stoltezza dei loro seguaci.
Il confine tra ortodossia e eresia era sottile: numerosi sono gli atti
di processi inquisitoriali da cui risulta che ci sono eretici che non si
rendono conto affatto di essere tali, che partecipano attivamente agli
atti di culto, celebrano i santi, chiedono indulgenze, si confessano,
fanno atti di penitenza e di carità come qualsiasi altro fedele
ortodosso. In molti casi il loro è semplicemente un tentativo per
professare più intensamente la propria spiritualità, quasi a divenire
eretico per condurre un’esistenza più coerentemente cristiana, come
dimostrano i vari movimenti pauperistici e penitenziali improntati all'exemplum
della vita evangelica. La predicazione di Gerardo Segarelli, ad esempio,
riscosse così tanto successo a Parma non perché portasse elementi
teologicamente nuovi, ma perché «era un buon uomo e diceva belle
parole». Le verità dottrinali non vengono mai messe in discussione
(tranne forse per il caso dei catari): diventano eretici solo perché si
rifiutano di sottomettersi alle ingiunzioni papali e all'obbedienza
romana.
La scelta eterodossa fu quasi sempre una scelta intellettuale e morale
del singolo, mai di una comunità, spinta dalla necessità di obbedire al
dettato della propria coscienza, originando nella maggior parte dei
movimenti di dissenso una religiosità essenziale e scarna che puntava ad
una piena responsabilizzazione di ogni cristiano nel suo rapporto
diretto con Dio e limitando, laddove era possibile, l’intermediazione
della Chiesa. Era questa la loro vera “pericolosità sociale”; la loro
credibilità era strettamente legata ad atteggiamenti il più possibile
vicini al messaggio apostolico e evangelico, e quindi “ortodosso” per
ampi strati della società civile e che, implicitamente, metteva in
dubbio la credibilità dell’istituzione ecclesiastica. Si badi bene,
però, mai gli eretici si propongono come contestatori dell'ordine
cittadino, comunale o nobiliare. Negli stessi movimenti troviamo,
infatti, a braccetto il mercante, il contadino o l’artigiano, a
dimostrazione che raccoglievano il consenso tra i ceti sociali più
diversi. Le istanze e rivendicazioni politico-sociali, casomai e se ve
ne sono, vengono dopo, molto dopo (caso a parte, ma comunque sempre
ascrivibile a questo contesto, è quello della vicenda dolciniana quando
il movimento apostolico si saldò con le comunità rurali e montanare
dell’Alta Valsesia in aperto contrasto con i comuni di Novara e Vercelli
e il vescovo di quest’ultima città).
Parlare di eresie ed eretici medievali significa, ovviamente, parlare di
sconfitti ed emarginati (molti uccisi, in maniera più o meno atroce, per
mano dell’inquisizione). È una storia di “dimenticati”, di uomini che
hanno subito repressioni ed umiliazioni di ogni genere, che hanno
conosciuto l’emarginazione, relegati nell'oblio. Più che di eresia, se
non intesa come scelta del proprio credo, del proprio modo di
comportarsi e rapportarsi con la società del tempo, si tratta di
cristiani “senza una chiesa propria”, nella maggior parte dei casi
desiderosi di un ritorno alla Chiesa primitiva di Cristo e degli
apostoli. Sono utopisti che vogliono seguire nudi il Cristo nudo (come
Francesco d'Assisi), che guardano al passato come fine ultimo della
propria azione, giungendo al paradosso che la Chiesa in nome di Cristo,
spesso e volentieri, ha represso dei veri cristiani. La loro è una vita
tutta rivolta all’ideale della simplicitas, semplicità e purezza dello
spirito, lontano da incrostazioni materiali e da gerarchie. È un ideale
che accomuna personaggi come Francesco d'Assisi, giullare di Dio,
Gioacchino da Fiore oppure Gherardo Segalello; è un ideale che farà dire
a Dolcino che «si può pregare Dio in una stalla o in una foresta come in
una chiesa consacrata, anzi meglio» e che « Dio è di tutti». Anche se
non perfettamente consapevoli, sapranno comunque abbattere barriere e
creare piccole comunità di “uguali” (basti pensare al ruolo di pari
dignità che, quasi in ogni movimento ereticale, hanno assunto le donne).
Rispetto alle gerarchie ecclesiastiche, per questi eretici, non ha
importanza che l’uomo abbia o non abbia, che sia dotto oppure no. Niente
di tutto questo ha per loro importanza, ma solo poter partecipare alla
parola di Dio, di un Dio che sa sorridere e accogliere, lontano
dall’immagine di giudice terribile che spesso la Chiesa ha usato per
incutere timore. Ogni comportamento “deviato” rispetto alla dottrina
cattolica diviene eretico (di questa colpa non è neppure immune la
riforma protestante: un esempio su tutti il processo e il rogo di
Michele Serveto), così come ogni tentativo di seguire una propria
strada, per finire di estendere il crimine di eresia anche in campi che
non sono propri degli articoli di fede (un esempio illuminante è la
vicenda di Giovanna d’Arco). Ciò che accomuna questi movimenti è la
professione di un cristianesimo aperto e portato all’incontro di culture
diverse, come quella popolare o contadina e quella della grande mistica,
a partire da Margherita Porete, originando un intreccio complesso di
esegesi e istanze sociali, teso alla ricerca di un mondo migliore.
Consapevoli o meno, gli eretici medievali hanno iniziato un percorso
difficile, incerto in ogni suo passo, un percorso che attraverso i
secoli è giunto fino a noi: l'idea di una tolleranza possibile tra le
coscienze e le religioni. Hanno elaborato approcci religiosi diversi, ma
non per questo minori, capaci di parlare alle coscienze. La libertà di
pensiero, conquista relativamente recente del mondo occidentale, viene
anche da costoro. È la stessa motivazione che ha spinto Galileo Galilei
nella sua speculazione cosmica, o Giordano Bruno al rogo. È quello
stesso spirito che “eppur si muove ….” e che ha aperto la strada verso
la libertà. Una libertà protesa a vivere secondo una scelta propria (airesis)
e personale senza accettare passivamente verità incontrastate ed
indiscusse; una libertà responsabile e che possiede una propria
intelligenza, capace di investigare il mondo che la circonda. Una
libertà negata nei tribunali dell’inquisizione che si sono succeduti
nelle varie epoche storiche, dal martirio dei primi cristiani ai campi
di sterminio nazisti e nei gulag sovietici. Una libertà per cui molti,
troppi, hanno pagato.
ERCOLINA MILANESI |