pagina web di Ercolina Milanesi

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I miei studi storici

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GLI IMPERATORI ROMANI

 

 

“ GLI IMPERATORI DELLA FAMIGLIA GIULIA “

 

“ AUGUSTO “

 

 

Dopo che la battaglia d’Azio e il valore di Agrippa ebbero consegnato nelle mani di Augusto il potere sul mondo, dopo che l’Oriente fu vinto in Antonio che ne aveva abbracciati gli interessi in un’epoca in cui l’Oriente non poteva trionfare, Augusto non diede alcuna forma nuova allo Stato. Egli non fece che proseguire con maggiore regolarità sulla via tracciata ormai da più di seicento anni.

In effetti, la Repubblica non era perita ad Azio. Da tempo essa non esisteva più. Il solo fatto nuovo fu che il principato, cui Mario e Silla avevano dato vita e la cui successione era stata assai irregolare attraverso le lotte di Lucullo, di Cesare, di Pompeo, divenne stabile sotto Augusto, e il complesso delle forze dell’Impero si trovò raccolto in una sola mano.

Ciò che costituisce l’importanza di questa epoca non è dunque la fondazione dell’Impero, ma il grande rivolgimento che si operò nella religione e nel diritto. Augusto divenne potente ostentando umiltà. Egli lasciò al Senato una parte del potere, affidandogli il governo delle province interne dell’Impero e prendendo per sé solo le zone di confine, i pericoli ma anche la gloria e la potenza. Egli rifiutò sempre il titolo di dittatore, divenuto sinistro dopo la morte di Cesare e si inginocchiò davanti al popolo, quando il popolo glielo attribuì per acclamazione.

Accettò il titolo di tribuno, per proteggere il popolo semplice. Non assunse il titolo di censore dei costumi, che era troppo venerando, ma solo quello di prefetto, di custode dei costumi.

Con questi accorgimenti la Repubblica parve sussistere ancora. Le arti di Augusto sono visibili in Svetonio; si avverte che Mecenate, principale strumento della sua politica, dovette influire grandemente sui costumi romani col suo esempio e con quella fama di spirito nobile e di uomo di gusto che egli aveva a Roma. Gli esercizi militari del Campo di Marte furono abbandonati; ci si accontentò del gioco della palla. Al posto delle riunioni pericolose dove la sera nel Foro si discutevano gli affari pubblici, si ritirò nella Biblioteca palatina dove non si parlava ma si leggeva in silenzio.

Scripta Palatinus quaecumque  recepit Apollo”. Il mondo era assetato di quiete e Virgilio poteva esaltare Augusto: Cioè esaltare la pace che egli aveva arrecato.

 

“ TIBERIO “

 

Tralasciamo quelle lunghe scene di dissimulazione tra Tiberio e il Senato, così ben descritte da Tacito, allorché Tiberio rifiutava l’Impero e riceveva da ogni parte il giuramento delle legioni.

Tuttavia questo uomo così simulatore, così ipocrita, così spietato, era nello stesso tempo un abile generale, un grande giureconsulto e l’amico del più illustre giureconsulto dell’epoca.

Tiberio continua la grande scuola di giurisprudenza che s’inizia col decemviro Appio. Egli era un o spirito indifferente alla equità, ma ligio alla lettera della legge. Non si permise alcun crimine che non fosse autorizzato dalla legge, ma tutto ciò che le legge consentiva, egli lo fece.

Ma contro chi Tiberio si armò della legge ? Non contro il popolo. L’Impero fu felice sotto Tiberio, fatta eccezione per Roma. Il principe era parsimonioso e, se non fossero seguite le prodigalità folli di Caligola, si sarebbe benedetto il ricordo di un principe che governò saggiamente lo Stato e che non gli costò quasi nulla.

Tiberio si armò della legge contro l’aristocrazia che da due secoli aveva saccheggiato il mondo. Egli costrinse questi oppressori del genere umano a restituire l’osso e tolse loro tutti i beni mal acquistati. Ma i suoi metodi furono barbari e, d’altra parte, poiché tutta questa storia è stata tramandata dagli scritti di aristocratici romani, Svetonio, Tacito, Dione Cassio, gli imperatori dovevano necessariamente esservi assai maltrattati. Bisogna ammettere però che questa oppressione dei grandi fu odiosa, e vi furono una quantità di episodi che suscitano orrore. Fatta questa riserva, il principio della condotta degli Imperatori non era irragionevole. L’istituzione dell’Impero era una rivoluzione popolare portata a termine per mano di un tribuno. L’Imperatore era un tribuno eletto per proteggere il popolo e, come tale, cominciò a colpire l’aristocrazia. E’ in generale la tendenza di tutti i giureconsulti che diedero a Roma quei diritti civili che ammiriamo ancor oggi, la tendenza all’uguaglianza, al rovesciamento degli antichi privilegi. Il diritto romano attinge la sua più alta perfezione sotto i tiranni. Papiniano visse sotto Caracalla, Ulpiano sotto Eliogabalo ed Alessandro Severo.

Gli Imperatori succedettero non ai consoli, ma ai tribuni. La reazione contro gli aristocratici fu atroce con Tiberio, severa ma meno barbara con Vespasiano, odiosa con Domiziano. All’epoca di Traiano e degli Antonimi, non c’era più nulla da fare: la rivoluzione era compiuta. Non vi erano più grandi fortune, non vi era motivo di contesa tra il Senato e l’Imperatore. Gli imperatori poterono essere miti e clementi a loro piacimento. Il secolo precedente aveva ultimato l’opera della legalità.

Questo è il nodo dell’organizzazione dei primi tempi dell’Impero.

 

“ CLAUDIO “

 

Claudio fu guidato, nella prima parte del suo regno, dalla triste Messalina, nella seconda dall’ambiziosa Agrippina, e in ogni tempo da liberti. Dopo tante sofferenze, dopo una così lunga sottomissione ai capricci dell’insolenza romana, gli schiavi regnarono a loro volta. Il governo degli schiavi sotto Claudio apparve al Senato come il colmo della vergogna. Ma è proprio sotto Claudio che venne decisa questa legge, la prima dell’antichità che fosse stipulata a favore degli schiavi: “ E’ proibito ai padroni di abbandonare gli schiavi sull’isola del Tevere per lasciarveli morire di fame…..L’Imperatore è il protettore degli schiavi”.

Queste nobili parole riscattano molte cose.

Ritroviamo un’uguale liberalità di concezione nel modo con il quale Claudio trattò le province. Per primo egli aprì il Senato ai Galli. A Lione, una tavola conserva una parte del discorso che egli pronunciò sull’argomento. Così le province ebbero una parte di sovranità, così si cominciò a porre riparo alla vecchia ingiustizia di Roma. Questi due atti illustrano singolarmente il regno di Claudio. Montesquieu nella sua “ Grandezza e decadenza dei Romani “dice intorno al regno di Claudio: “ Negli ultimi due secoli della Repubblica, vi furono delle guerre civili per decidere chi avrebbe avuto il potere giudiziario, i cavalieri o il Senato. Sotto Claudio quel potere fu assegnato agli agenti del principe, ai suoi domestici, ai suoi procuratori “.Montesquieu si stupisce che la volontà di un debole abbia dato a schiavi affrancati ciò che così a lungo i grandi di Roma si erano disputato. Non si tratta però di un provvedimento ridicolo e del quale ci si debba rattristare. E’ naturale che nel quadro di una reazione generale a favore del principio dell’uguaglianza civile, un nobile di Roma potesse a sua volta essere giudicato da quegli schiavi che aveva tanto disprezzati.

 

“ NERONE “

 

Accadde a questo giovane principe ciò che era accaduto a Caligola.

La potenza senza limiti, il vortice delle cose che a Roma passavano sotto i suoi occhi, l’infinita varietà, la facilità di variare incessantemente la propria esistenza con piaceri nuovi, infine la singolare situazione di aver l’universo ai suoi piedi, tutto ciò sconvolse il suo spirito immaturo.  

Così, il regno di Nerone non fu che una parodia dell’antichità: egli corse in Grecia a disputare le corone nei giochi olimpici; divenne attore, si fece auriga. Egli profanò ciò che aveva fin allora elevato la fantasia, gare atletiche, gare poetiche. E’ la fine dell’antichità. Sulla scorta di Tacito e Svetonio sono stati scritti i delitti di Nerone, quest’uomo che è rimasto come il simbolo della crudeltà e dell’infamia.

Per lunghi anni la sua tomba non mancò di fiori, e i liberti la ornarono tutti i giorni con ghirlande, ciò che prova come questi tiranni, qualunque ricordo abbiano lasciato di sé, si presentavano sempre al popolo minuto come difensori dell’umanità; le loro barbarie non avevano colpito che i signori. In effetti il male che essi causarono allo Stato non fu tanto la morte di alcune centinaia di persone quanto la spaventevole prodigalità con cui dilapidarono ciò che Tiberio aveva ammassato. Altro male ancora, i costumi privati così riprovevoli ad un livello così alto.

Per altro, questa storia ha bisogno di essere riesaminata. Il filo conduttore per seguirla è costituito dal progredire della legge civile.

Un governo che da delle buone leggi civili è sempre un buon governo. La legge politica è raramente applicata, mentre la legge civile è di uso continuo. Essa è il tessuto stesso dell’esistenza. Così il governo imperiale è stato un immenso passo avanti per tutto l’Impero….

Quale differenza tra il tempo di Nerone e quello di Silla, quando venti tiranni saccheggiavano le province. Sotto l’imperatore, i governatori delle province non osano predare; essi sanno che il principe li afferrerebbe a sua volta per strappar loro la preda. Essi sanno che sotto un uomo come Tiberio, la più oscura accusa, levatasi da un angolo della Grecia o della Macedonia, può colpire a morte il proconsole.

Questa epoca fu dunque veramente un’epoca di pace e di benessere !

 

“ GLI IMPERATORI DELLA FAMIGLIA FLAVIA “

 

“ VESPASIANO “

 

 

L’inizio del regno di Vespasiano fu caratterizzato dalla spaventosa rivolta dei Giudei. Questo popolo, il popolo dell’antichità che conservò più tenacemente e più a lungo l’originalità della sua religione e dei suoi costumi, il popolo più grande dell’Asia sotto il profilo morale, aveva creduto di realizzare le promesse della Scrittura. Quel Messia vittorioso che essi attendevano e che non avevano voluto riconoscere in Cristo, fu identificato in un impostore d’Egitto in cui videro il loro liberatore. Ben presto Gerusalemme divenne preda della più spaventosa anarchia. La città, capace di contenere 80.000 abitanti, ne comprendeva allora 100.000. E’ noto che secondo la legge di Mosè, tutto il popolo, benché disperso, abitava di diritto nella città e che ogni giudeo doveva visitare, almeno una volta l’anno, la città santa. Forse, in quel crepuscolo della patria e del Tempio, si radunarono tutti a Gerusalemme.

Allora esplosero con furore tutte le opinioni, tutti i partiti che la dividevano. Se qualcosa può dare l’idea dell’Inferno, e di un Inferno ben più terribile di quello di Dante, è la situazione di Gerusalemme in questo momento. Durante il giorno i Giudei  combattevano contro i Romani, a notte si battevano con accanimento fra di loro. All’interno della città, fortificazioni separavano i vari partiti. Ed era un susseguirsi d’assalti, dall’interno e dall’esterno.

Tito, figlio di Vespasiano, aveva il comando della guerra e, grazie alla disciplina romana e alla facoltà di reclutare incessantemente uomini,  la faceva a colpo sicuro. Egli aveva circondato la città con una circonvallazione e poco mancava che gli assediati perissero per fame. Dopo aver offerto loro condizioni di resa che furono respinte con indomito coraggio, i Romani si videro costretti a conquistare Gerusalemme d’assalto. Tito aveva ordinato di risparmiare il Tempio, dove si erano rifugiati 6.000 abitanti, un po’ per umanità, un po’ per una sorta di rispetto alla religione dei vinti. Ma un soldato, inavvertitamente o ignorando gli ordini del principe, vi lanciò una torcia e il tempio fu distrutto.

Ma la Giudea aveva dato il suo frutto, il Cristianesimo. Il Cristianesimo, il cui primo germe era nato in Giudea, aveva forato il suo guscio. Questo guscio poteva ormai essere distrutto, e lo fu ad opera di Roma che potè stabilire, dall’Eufrate a Cadice, quella universalità della lingua e del diritto che costituiva la sua missione nell’umanità.

 

“ T I T O “

Dopo Vespasiano regnò Tito, compagno di orgia di Nerone, giovane violento, di cui tutti temevano l’ascesa al trono. Lo si era visto alla tavola del padre pugnalare con le proprie mani un uomo sospettato di cospirare contro l’imperatore. Egli regnò due anni e morì col nome di “ delizia del genere umano “. Ma si osservi che anche Nerone, se avesse imperato due anni solo sarebbe stato un Tito. Vi era in questo principe una grande malleabilità d’animo e quella simpatia rapida che viene detta bontà, ma che non si dovrebbe chiamare così. Un giorno, contemplando il popolo romano, radunato nell’anfiteatro e riflettendo sulla felicità passeggera di cui il popolo godeva, versò delle lacrime, come se ne avesse previsto prossima la fine.

Un’altra volta ad alcuni senatori che avevano cospirato contro di lui, rivolse queste parole: “ Sventurati, non sapete dunque che è la fatalità che crea i principi”, “ fato fieri principes”.

Questa frase vale come commento ad un pensiero di Tacito: “ Gli dei non pensano a noi, o se ci pensano, è solo per  punirci “.

Tito aveva un giovane fratello, Domiziano, di cui egli aveva sedotto la moglie. O per vendetta, o per ambizione, fu avvelenato dal fratello…. Venne ricondotto morente a Roma, dove spirò appena giunto. I senatori, che erano rimasti meravigliati della straordinaria mitezza del suo governo, si riunirono alle porte della Curia e votarono a Tito, dice lo storico, più ringraziamenti ed onori di quanti non gliene avessero rivolti in vita.

 

“ DOMIZIANO “

 

Forse si è incorsi in qualche esagerazione sul conto di Domiziano. Anzitutto la morte di Tito era una vendetta, e Tacito stesso ammette che Domiziano possedeva almeno le apparenze della virtù. Egli arrossiva per una parola. Questa delicatezza esteriore era forse accompagnata da qualche virtù morale. Comunque, quando le legioni innalzarono all’Impero il vecchio giureconsulto Nerva,  Roma credette di aver riacquistato la libertà.

“ LA  DINASTIA  DEGLI  ANTONINI “

 

“ NERVA  E  TRAIANO “

 

 

Nerva non era che un vecchio, assai debole, assai incapace, che nutriva solo buone intenzioni. Egli diede al mondo Traiano.

Traiano era spagnolo. L’Impero sfuggiva alle mani degli italiani e Roma, molto tempo prima di essere conquistata dai barbari, vedeva il trono imperiale conquistato da essi.

Gli inizi di Traiano sono quelli di un barbaro, egli dà la sua spada al prefetto del pretorio ed esclama con una fiducia eroica che non è certo italiana: “ Servitevene per me se lo merito; se no, contro di me “. Poiché si sentiva forte ( aveva le legioni in pugno ed era il più grande generale dell’Impero ) egli lasciò tutto il potere al Senato. I senatori ne provarono una gioia puerile.

Traiano cominciò col denunciare il trattato di Domiziano con i Daci e gettò un ponte di marmo sul Danubio; quel ponte annunciava che l’Impero, lungi dal temere i barbari, voleva invadere le terre dei barbari stessi. Traiano vinse i Daci e condusse a Roma il loro Re Decebalo. Quindi progettò di completare l’opera dell’Impero romano, aggiungendo l’Impero di Alessandro a quello di Roma. Egli attraversò il Tigri e l’Eufrate, ed ogni giorno Roma apprendeva le vittorie di Traiano dai numerosi prigionieri che gli le inviava. Una volta diecimila schiavi furono uccisi nello spazio di cento giorni nei combattimenti dei gladiatori. Non c’è da meravigliarsi che sia stato chiamato il “buon” Traiano. Del resto egli era simile per molti lati ai barbari che combatteva: collerico, dedito alle donne e al vino e, tuttavia, con i suoi difetti, non privo di grandezza e di semplicità.

A Plinio che gli chiedeva come regolarsi nei confronti dei Cristiani, rispose: “Eseguisci le leggi dell’impero; non cercare i Cristiani, ma se li trovi, giudicali secondo le leggi”. Queste parole rientrano nel carattere dei romani. Esistevano in effetti leggi contro le associazioni segrete ed i Romani, nell’ignoranza della cosa, consideravano le assemblee cristiane come associazioni segrete. Come i Normanni del Medio Evo, prima di essere soldati e conquistatori, i romani erano essenzialmente legislatori.

Traiano morì come Alessandro nel mezzo delle sue conquiste, lasciando l’Impero al nipote Adriano, grande amministratore almeno quanto Traiano era grande capitano.

 

“ ADRIANO “

 

Adriano era uno spirito reso acuto dall’educazione sofistica del tempo, imbevuto egli stesso di idee e superstizioni di ogni specie, greche, alessandrine, etc.,  egli rappresentava l’universalità dell’Impero romano. Si ammira nella campagna romana la villa Adriana dove si trovano riunite copie di tutte le sculture e architetture del mondo. Vi erano concentrate tutte le religioni, tutte le arti, tute le letterature. Adriano era amico, rivale talvolta, dei sofisti. Giureconsulto e non meno abile legislatore, riunì in un codice le leggi disperse dell’Impero e realizzò il proposito che era stato di Cesare. Lo si accusa di crudeltà ed in effetti egli colpì numerosi membri del Senato per cause assai lievi. Lo si accusa anche di infami costumi, ma erano i costumi dell’Impero, anche se in un principe vengono più notati.

 

“ MARCO  AURELIO “

Marco Aurelio, ancor più mite di Adriano, era anch’egli guidato dall’influenza dei sofisti. Era stato allevato da essi e il suo regno, se non fosse stato continuamente sconvolto dalle guerre, sarebbe stato quello dei giuristi e dei filosofi. Egli fondò ad Atene alcune cattedre di filosofia  con una prodigalità eccessiva, perché poi si vide costretto a vendere i mobili del palazzo imperiale per sostentare la guerra. Si parla del benessere dell’Impero sotto questo principe, ma ciò va tradotto così: il senato non aveva più nulla da temere, ma aggiungiamo che il magnifico quadro che di questa epoca ha delineato Gibbon non ha nulla di esatto.

Gli Antonimi furono buoni principi, ma l’impero si struggeva per debolezza; esso era corroso dalla schiavitù, la popolazione diminuiva costantemente, le province si facevano deserte.

Durante il regno di Marco Aurelio, l’Impero soffrì per due invasioni di barbari, e mentre li respingeva per la seconda volta, l’imperatore morì a Sirmium. Nel suo bagaglio fu rinvenuto il suo libro “ A se stesso “: ( Eis auton ) : è, dopo il “ Vangelo “, il più bel libro di morale che esista al mondo. Si trovano in questo libro affermazioni di mirabile elevatezza. Vi si dice che bisogna amare il proprio nemico; vi si trovano pagine in cui l’esaltazione è portata al più alto grado e fin quasi al lirismo. Sebbene questo principe non nutrisse in seno quel grande spirito che si può essere portati ad attribuirgli, la sua filosofia e la sua anima erano grandi. L’animo, inoltre, era  mite; egli tentò, invano, di sopprimere i combattimenti dei gladiatori; le rivolte che questo tentativo avrebbe suscitato sarebbero costate più sangue degli stessi combattimenti tra gladiatori. Tutto ciò che Marco Aurelio potè ottenere fu di far mettere dei materassi sotto le funi degli acrobati. Questo fatto, così trascurabile a prima vista, è tuttavia sintomatico.

L’anima umana cominciava ad ingentilirsi, la carità appariva nel mondo.

 

“ COMMODO “

 

….Commodo non tardò ad essere assassinato. Era stato un pessimo imperatore; aveva chiuso gli occhi di fronte ad un’infinità di abusi. In quel tempo associazioni misteriose, cristiane o gnostiche cominciavano a diffondersi nell’Impero. Era un dissolvente morale che a poco a poco allentava l’unità della città romana e minacciava di annullarla. La città invisibile edificava sulla città visibile, come l’edera si attacca ad un vecchio muro che fa crollare crescendo. I torbidi che sommovevano l’Impero impedivano di scorgere questi elementi di dissoluzione.

“ L’IMPERO E I BARBARI “

 

“CARACALLA”

 

Caracalla cominciò coll’assassinare il fratello Geta. Egli non era un tiranno dei soliti; era un demonio sterminatore che attraversò l’Impero uccidendo. Correva di provincia in provincia a strappar denaro per i suoi soldati. Egli si gloriava di essere l’imperatore più crudele fin allora esistito e a se stesso considerò riferito l’oracolo che aveva predetto la venuta della bestia feroce dell’Ausonia. Quando giunse ad Alessandria, il popolo prese a ridere di questo terribile imperatore ed egli si vendicò con un orribile massacro, al quale assistette personalmente.

E tuttavia sotto un mostro di tal fatta fiorì il più grande giureconsulto dell’Impero: Papiniano, che proveniva dalla Fenicia, ma era completamente imbevuto del genio romano.

Caracolla si rivolse a lui per giustificare l’assassinio di suo fratello Geta, come Nerone era ricorso a Seneca per giustificare il suo matricidio. Papiniano rispose: “ E’ più facile commettere un delitto che giustificarlo”.  Questa generosa risposta gli costò la vita.

Caracolla compì una riforma orribilmente vessatoria e alla quale, tuttavia, l’Impero romano tendeva fin dal suo inizio: egli accordò il diritto di cittadinanza a tutto l’Impero. Non per liberalità di spirito, ma perché il nome di cittadino obbligava a pagare le imposte. Però non mancavano grandi vantaggi. Il diritto alla cittadinanza dato all’Impero sottoponeva tutte le province alla giurisprudenza romana, che diveniva una e universale, e così il regno di un mostro fu un’epoca importante nella storia dell’umanità.

Roma è un’iniziazione per il mondo, bisogna che tutte le nazioni prendano posto, non soltanto nell’impero, ma nella città. Il limite estremo sembra raggiunto quando Caracolla accorda a tutti gli abitanti delle province il titolo di cittadini, ma non basta ancora. Il mondo barbarico protesta. L’Impero romano non è né universale né eterno. L’invasione dei barbari non è niente altro che questa protesta; quando essi penetrarono nell’Impero, dichiararono che venivano a cercare nel Sud una città, patria antica dei loro antenati, degli Asi figli di Odino, sacerdoti e guerrieri. Asia, loro patria, era stata abbandonata dai popoli gotici che ritornavano a cercarla nell’impero romano.

Noi troviamo qui, sotto vesti poetiche, l’indicazione concreta di ciò che significa l’invasione dei barbari. Essi venivano a cercare la città, essa era incompleta, perché era necessario che racchiudesse il mondo e occorreva un secondo grado di iniziazione. Ma la città materiale era troppo piccola e solo la città spirituale poteva operare questo risultato, di contenere il mondo e di estendersi a tutti i popoli che venivano a cercarla senza conoscerla.

Non dimentichiamo che Roma era una iniziazione e nel primo secolo dell’Impero essa fu governata da Italiani, i Cesari; nel secondo da uomini di origine spagnola o gallica; nel terzo da uomini di tutte le nazioni, di tutte le razze, da Siriani, da Goti; nel quarto, i barbari, verranno  a prendere possesso dell’Impero, come popolo e non più per mezzo di imperatori che li rappresentino: imperatori saranno i popoli accampati nel suolo dell’Impero.

Nel quinto secolo l’Impero diventerà barbaro, vale a dire il mondo romano e il mondo barbaro saranno congiunti, dando inizio a quell’unione feconda di cui noi siamo figli.

 

“ ELIOGABALO “

 

C’era in Siria un giovinetto, ritenuto figlio di Caracalla e che, malgrado la sua giovane età, occupava una delle più importanti dignità, poiché era sacerdote di Baal.  Poiché, come presso tutti gli stranieri, il sacerdote portava il nome del suo dio, lo si chiamava Eliogabalo. Le legioni ricondussero a Roma questo giovane che era diretto dalla madre.

Orazio, secoli prima, aveva detto: “ Grecia capta ferum victorem cepit”. Un secolo dopo, Giovenale diceva: “In Tiberim defluxit Orontes  e al terzo la predizione si realizzava. Ecco un imperatore siriano, che conserva l’abito siriano, i costumi e le usanze siriane, che porta a Roma la religione siriana. E’ il trionfo delle divinità orientali. Il Dio del naturalismo orientale entra a Roma sotto la forma di una pietra nera caduta dal cielo: il dio fisico dell’Oriente penetra nella città, prima che il dio morale ne prenda possesso col Cristianesimo.

Tutti i senatori, i giureconsulti che parlano ancora dell’antica repubblica, sono costretti a seguire il carro del dio vincitore. E’ una invasione di barbari, assai più grave di quella di Alarico. Un giovane di 18 anni, dalla figura leggiadra, coronato di fiori, inondato di profumi, allevato nell’eccesso della effeminatezza orientale, corrotto come lo si era in Siria: ecco il nuovo padrone di Roma e delle legioni. Egli dovette ispirare un particolare disgusto al fiero e grave popolo dei Romani, e basta osservare come gli storici ne hanno parlato. Ma con gli eccessi di Eliogabalo si è posto sotto accusa anche ciò che era conseguenza naturale della sua religione.

“ Le infamie di Eliogabalo potrebbero ben avere un intento simbolico ed essere semplicemente una forma di culto, una pantomima religiosa, come gli “acta legitima”erano una pantomima giuridica. Le sue metamorfosi da uomo in donna, etc. sembrano ricollegarsi al carattere ermafrodito degli dei dell’Oriente….Egli pare religiosissimo….si rovescia a terra entrando a Roma per non perdere di vista il suo Dio.(Nota di Michelet) “.

Egli importava a Roma costumi nuovi, abitudini nuove, e non tardò a cogliere onore tra i suoi sudditi romani ancora stranieri all’Oriente. Presto o tardi bisognava tuttavia che Roma ricevesse le idee dell’Oriente che, con le sue profonde religioni, era il vero precettore di Roma; tra i sacerdoti di Baal che seguivano il gran sacerdote, sua madre e sua nonna Giulia Moesa, vi erano mille cose, mille idee che i romani ignoravano e che possono considerarsi come una preparazione al cristianesimo. La religione fenicia trionfa con Eliogabalo, come il cristianesimo con Costantino ad un secolo di distanza. Queste religioni avevano in comune l’idea di un dio morto e resuscitato, ma il dio di Eliogabalo era solo un simbolo della natura che rinasceva, non era quella resurrezione morale dell’anima attraverso il pentimento apportata dal cristianesimo. Tuttavia, poiché il simbolo precede in ogni cosa il senso spirituale, la religione siriana doveva precedere in Roma il cristianesimo e preparargli la strada.

Eliogabalo fu guidato dalla madre e dall’ava che si circondarono degli uomini più saggi dell’Impero, di giureconsulti che costituirono la gloria del nome romano, benché non tutti fossero nati romani ( Ulpiano era Fenicio ). Il governo di Eliogabalo non fu così irragionevole come alcuni storici lo hanno descritto; non possediamo che la storia scandalosa del Palazzo; ci manca la storia di quell’Impero. Che ci importa dell’interno del Palazzo ? Sapere come Ulpiano abbia diretto l’amministrazione di quella vasta macchina sarebbe per noi più interessante che conoscere le sciocchezze di un folle che non contava nulla nel governo.

 

“ALESSANDRO  SEVERO “

 

Successore di Eliogabalo fu suo cugino Alessandro Severo, ben superiore dal punto di vista morale. Era un uomo mite e docile che fu sempre guidato dalla madre, ispirata a sua volta dagli uomini più saggi. Fu, in un certo senso, il regno di Ulpiano che allora era prefetto del Pretorio. Questo governo di donne e di uomini di legge non parve avere caratteri di conquista.

Che sarebbe divenuto l’Impero se uomini saggi ma pacifici come Ulpiano avessero regnato, se la molle saggezza della Siria avesse continuato a reggere Roma ? L’indolenza bizantina avrebbe avuto inizio alcuni secoli prima. L’Impero aveva bisogno, di fronte ai barbari, di una mano più ferma e quando le legioni rifiutarono di ubbidire ad Ulpiano e lo uccisero ai piedi del loro imperatore, esse seguivano un istinto cieco ma conforme agli interessi del mondo romano. Per  resistere ai barbari ci voleva sul trono un barbaro. Dopo Alessandro Severo, l’Impero ebbe il goto Massimino.

 

“ MASSIMINO “

Massimino perseguitò i cristiani, non perché questo ciclope si intendesse di teologia, ma i cristiani per lui rappresentavano l’Oriente, quell’Oriente proscritto in Alessandro Severo.

Quest’ultimo aveva raccolto in una cappella i fondatori delle principali religioni, Orfeo, Abramo, Gesù Cristo, accettando in tal modo tutte le religioni. Si comprende quanto questa dottrina, pur così bella ed elevata, togliesse all’Impero in forza ed in personalità; non si è più se stessi quando si assumono caratteri di universalità. Che resta a colui che vuol diventare Universo ? L’Impero accettando tutto, non sarebbe più stato l’Impero romano, e per resistere ai barbari, era necessario che esso continuasse ad essere l’Impero romano.  Era la condizione essenziale della propria esistenza, ma l’indirizzo di Alessandro Severo lo dissolveva; all’opposto, il governo militare ne rinserrava i vincoli e lo rendeva atto a vivere e a resistere.

Perciò Massimino perseguitò il Cristianesimo.

 

 

“ ODENATO “

 

L’Oriente ebbe anch’esso il suo Impero, con l’Imperatore Odenato.

Questi era un emiro accampatosi sulla pianura di Palmira, che i mercanti avevano posto alla testa dei soldati. Fu il primo a mostrare ciò che potevano fare gli Arabi e conquistò la Siria e Zenobia, sua sposa, conquistò l’Egitto. Vediamo qui l’inizio di quei progressi che gli arabi dovevano compiere nel Medio Evo, sotto l’impulso di Maometto.

Vobisco ha scritto: “ Odenathus vir acer in bello qui totum orbem terrarum reformasset”. E’ una specie di predizione ma mancò la forza motrice della religione che sospinse più tardi gli arabi. Come tutti i popoli mercantili, come Genova, come Venezia, i Palmireni avevano edificato in uno spazio ristretto immense costruzioni, attestate da splendide rovine. Alessandria sul mare e Palmira sul retroterra erano i magazzini generali del commercio del mondo.

 

“ AURELIANO “

 

Procediamo attraverso rovine che si formano da ogni parte: l’Impero minaccia di crollare per mano dei Goti, che si precipitano contro di esso, o dove potenziare le sue risorse, spiegare le sue forze, se gliene restano ancora. Se gli Antonimi, venuti dall’Occidente non hanno fatto gran che per l’Impero, se gli imperatori siriani, lungi dall’essergli utili, non hanno fatto che indebolirlo, se in una parola l’Oriente e l’Occidente non possono salvarlo, volgiamoci al centro e vediamo se vi è qualcuno capace di farlo durare. Ecco l’Illiria che ha sempre dato i migliori soldati o i più terribili nemici di Roma ed ancor oggi dell’Impero turco, vediamo uscirne due imperatori che restaureranno l’Impero e prolungheranno la sua durata; due contadini innalzati dal loro valore: Aureliano e Probo.

….Aureliano colpì ai due lati dell’Impero i due imperi rivali che si andavano formando, egli sottomise Tetrico in Gallia e Zenobia nell’Oriente, ma Zenobia commise un errore che provocò la sua perdita. Palmira racchiudeva due elementi: l’elemento barbaro e l’elemento greco. Odenato era rimasto arabo e barbaro, egli andava a caccia di leoni con i soldati del deserto, mentre Zenobia, finchè regnò il marito, lo imitò; beveva coi capitani dell’esercito e arringava i soldati con l’elmo in testa e le braccia nude, ma alla morte di Odenato mutò costumi. Zenobia chiamò a Palmira i Greci, i cui monumenti sussistono ancora, ma quando Aureliano mosse all’attacco di Palmira, le tribù non difesero la città divenuta greca; anzi offrirono i loro servigi ad Aureliano e la Grecia illegittima che si andava formando in Palmira, perì. Invano i ricchi mercanti, sotto le loro pesanti armature, ingaggiarono duri combattimenti con i romani, ed erano armati all’incirca come i nostri cavalieri del Medio Evo, essi erano soffocati sotto la loro corazza e abbattuti dopo una o due cariche. Del resto è noto che i ricchi mercanti hanno sempre tenuto alla vita e che essi considerano questa troppo preziosa per essere ciecamente esposta. Zenobia, vinta, tradì il proprio ministro Longino e lo dichiarò autore della lettera audace con la quale ella aveva risposto alle intimazioni di Aureliano. Longino venne crocifisso e Zenobia fu condotta a Roma per invecchiare in pace sul monte Palatino, accanto all’Imperatore delle Gallie Tétrico.

 

“ OCCIDENTE  ED  ORIENTE “

 

 

Diocleziano è il vero fondatore dell’Impero che fin lì non era stato che un principato. Il suo regno è in un certo senso una vittoria dell’Oriente. Egli prese il diadema dei re dell’Asia e la sua residenza preferita fu Nicodemia.

Diocleziano creò un’amministrazione regolare che riempì l’Impero di una folla di impiegati; fino allora l’ordine militare e l’ordine giudiziario erano stati i due cardini sui quali poggiava l’Impero. Ma nella nostra organizzazione moderna, accanto ai due poteri, ve n’è un terzo, non meno importante, ed è il potere amministrativo che regola non i doveri dei cittadini verso i cittadini, ma i rapporti tra cittadini e lo Stato. Questo potere fu creato da Diocleziano.

Diocleziano suddivise non tanto l’ Impero quanto la potenza imperiale. Egli creò un altro imperatore, un altro Augusto, Massimiano, un bravo soldato che non aveva altri meriti.

Diocleziano fu chiamato il Giove di questa nuova gerarchia di cui Massimiano era l’Ercole; il primo risiedeva a Nicomedia, il secondo a Milano. Essi si trovarono così al centro degli Imperi d’Oriente e d’Occidente e ciascuno dei due Augusti si scelse un Cesare. Il pacifico Diocleziano si associò il bellicoso Galerio, il bellicoso Massimiano si scelse il mite Costanzo Cloro.

Ci si doveva aspettare che Galerio prendesse presto il sopravvento su Diocleziano, infatti egli ottenne che fosse perseguitato quello spirito orientale che Diocleziano amava. La corte di Dioclaziano era cristiana e così sua moglie, ma Galerio era un barbaro, e da qui quella persecuzione che fu l’ultima e la più sanguinosa contro la Chiesa.

Dall’altro lato dell’Impero, Costanzo Cloro amava i Cristiani e la causa di questa predilezione era forse l’odio che egli nutriva per il rivale Galerio. Quale strano quadro presenta in questo momento l’Impero ! Il Cristianesimo è perseguitato in Oriente nella sua culla; al contrario, è protetto in Occidente, in un paese che gli è straniero; ma lo spirito orientale doveva trionfare attraverso l’Occidente. Ed esso trionfò quando ascese al trono di Roma con Costantino, figlio di Costanzo Cloro.

 

COSTANTINO

 

Rimasto solo padrone dell’Impero, Costantino gli restituisce la primitiva unità e si dichiara per il Cristianesimo e riunisce a Nicea il primo Concilio Generale dei vescovi cristiani. Quella religione dell’Oriente che abbiamo visto penetrare a Roma in forme grossolane con Eliogabalo, trionfa ora nelle sue caratteristiche morali, spirituali, con Costantino.

Ricapitolando: Roma è un’iniziazione; essa dà al mondo la più perfetta legge civile dell’antichità; gli imperatori rappresentano lo strumento di questa uguaglianza generale; gli uni le danno inizio con la proscrizione dei potenti, con l’umiliazione dell’aristocrazia, gli altri la continuano con il perfezionamento della legge civile che assicura a tutti gli stessi diritti. Ma questa iniziazione del mondo operata da Roma è incompleta, poiché il diritto regola i rapporti degli individui tra di essi, ma non riesce a penetrare la loro vita interiore. Roma non dà al mondo una sola religione, ma un solo diritto. Ci voleva qualcosa di più perché il mondo fosse unito intimamente da una fede; ci voleva il Cristianesimo. Così l’unione del mondo si completa, all’interno, con l’introduzione del Cristianesimo, all’esterno, con l’invasione dei barbari. Ecco le conclusioni della storia di quest’epoca. 

Il regno di Diocleziano e la vittoria politica dell’Oriente, l’inserimento del mondo politico orientale nell’Impero: quello di Costantino ci offre la vita religiosa dell’Oriente, il trionfo delle sue idee nella capitale del mondo civilizzato.

Costantino fece due cose: fece redigere sotto i suoi occhi la Carta del Cristianesimo, al Concilio di Nicea, e aggiunse all’Impero Cristiano una capitale cristiana. Roma era invecchiata nel culto degli idoli. Ci volle molto tempo per far sparire le vecchie abitudini del paganesimo. Costantino realizzò il progetto concepito da Antonino, due secoli prima, di trasferire la capitale dell’Impero. Antonino non aveva avuto successo poiché l’Oriente non aveva ancora conquistato il mondo con le sue idee vittoriose. Costantinopoli sorse nella posizione più bella e vantaggiosa, situata tra due mari, tra il bacino del Danubio e dell’Eufrate, addossata all’Europa e rivolta verso l’Asia, essa è fatta per il commercio e la guerra. Costantinopoli fu creata d’impeto, a furia di dispense e di privilegi onerosi, un’immensa popolazione venne ammassata nella Roma nuova.

Ciò che a Roma la gloria dell’Impero aveva apportato in statue, archi di trionfo, monumenti di ogni specie, fu creato in una sola volta a Costantinopoli. Roma era nutrita con distribuzioni di viveri e Costantinopoli lo fu ugualmente; molto si è scritto a favore e contro la fondazione di questa città. Ma Costantino creò qualcosa che è durato mille anni. Chi avrebbe creduto, vedendo l’Impero romano così debole, così corroso dalla marea barbarica, che esso avrebbe ricominciato nella sua nuova capitale un ciclo di dieci secoli ? E tuttavia Costantinopoli è durata come sede dell’Impero dal 555 al 1453, malgrado i barbari del nord e del mezzogiorno, malgrado i Goti, i Persiani e i Saraceni. Essi vennero molte volte sotto le sue mura, ma la città chiudeva nel suo seno le arti, le ricchezze, la potenza, il genio meccanico del mondo antico; i barbari furono costretti ad ammettere che non si poteva far guerra alle muraglie e si ritirarono.

Costantinopoli, a dire il vero, non era una città, ma un mondo, un popolo, un agglomerato di popolazioni, tale da riunire la provincia in una sola città, era l’immagine dell’antica Babilonia, l’immagine che oggi offre Londra. La meraviglia di Costantinopoli era quel genio greco che vi aveva trovato rifugio; essa presentava lo spettacolo di una città in cui non vi era popolo, dove tutti discutevano, dove tutti gli abitanti, persino gli operai, erano teologi e filosofi. Un inviato dell’Imperatore di Germania, al suo ritorno da Costantinopoli, riferì: “ E’ una città stranissima. Se entrate in una sala da bagno o di commercio vi chiedono subito che cosa pensate dello Spirito santo. “ Si è ironizzato su tutto ciò; ma guardiamoci da una simile ironia. E’ bello vedere una popolazione in cui tutti cercano di esercitare lo spirito e di sviluppare la loro intelligenza. E’ questo uno dei più grandi spettacoli offerti al mondo.

Costantinopoli era una città di uno splendore di cui non abbiamo idea e di cui le più magnifiche città moderne non sanno renderci l’immagine.

Quando i crociati, dice Ville-Hardouin, si trovarono sotto le sue mura e scorsero tutte quelle basiliche, quei campanili, quei palazzi interamente costruiti in marmo, si credettero giunti in un paese incantato.

La Costantinopoli greca dell’Impero era ben diversa dalla Costantinopoli di oggi. Questa non è che una città di legno e di padiglioni. Edifici leggeri hanno preso il posto di quei monumenti che un tempo l’adornavano e che sono stati in parte preda delle fiamme, infatti più di una volta la città è stata devastata dall’incendio. Una volta tra le altre, il fuoco distrusse una lega quadrata di edifici e di monumenti in cui si trovava riunito tutto ciò che le arti avevano prodotto di più splendido.

Quanto al Concilio di Nicea, essa fu la prima riunione della Chiesa cristiana, il primo concilio ecumenico, vale a dire la prima assemblea della terra abitabile (oikouméne), presieduta dall’Imperatore.

Principale risultato dell’assemblea fu di condannare la prima e la più grande eresia, quella di Ario. Considerando Gesù Cristo come una creatura umana, Ario faceva discendere il Cristianesimo dallo stato di religione a quello di filosofia. Il Medio Evo è l’epoca in cui la civiltà umana si sarebbe rifugiata nel seno della religione durante l’invasioni dei barbari.

Che sarebbe divenuto il mondo se il Cristianesimo non fosse stata una religione ? Ed il Cristianesimo non poteva essere religione senza il principio della divinità.

Ecco ciò che provocò la condanna di Ario, qualunque possa essere il nostro giudizio su questo punto, non dimentichiamo che proprio come religione la Chiesa cristiana ha condannato Ario.

 


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