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I miei studi storici
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Il "Principe" di Niccolò Machiavelli
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Il
10 dicembre 1513, dall’esilio dell’Albergaccio, Machiavelli annunciava
all’amico Vettori di aver composto un “opuscolo de principatibus”, in cui
si trattava “che cosa è
principato, di quali specie sono, come si mantengono, come è si mantengono,
perché è si perdono.”
L’indicazione
fissa il momento in cui l’opera può dirsi compiuta, ma lascia aperti altri
problemi di datazione: in quale periodo sia stata composta, se sia stata scritta
unitariamente o in fasi diverse e
sopratutto quali siano i rapporti che legano ai “Discorsi sopra la prima deca
di Tito Livio”.
Oggi
gli studiosi tendono a collocare la composizione tra luglio e dicembre 1513, in
una stesura di getto, mentre si ritiene che posteriormente sia stata scritta la
dedica a Lorenzo de’Medici e probabilmente anche il capitolo finale che, nel
suo carattere di appassionata esortazione a liberare l’Italia dai
“barbari”, sembra staccarsi dal tono lucidamente argomentativo del resto del
trattato. Per quanto riguarda i Discorsi si è pensato che la stesura di tale
opera sia iniziata precedentemente nel corso del 1513 e sia stata interrotta nel
luglio per far posto alla
composizione del Trattarello, che rispondeva ai bisogni di maggiore urgenza,
agganciandosi direttamente ai problemi attuali della situazione italiana.
Il
Principe è una operetta assai breve, scritta in forma concisa e incalzante, ma
densissima di pensiero.
Si
articola in 26 capitoli, di lunghezza variabile, che recano dei titoli in latino
come era usanza dell’epoca. La materia è divisa in diverse sezioni.
I
capitoli : I-XI esaminano i vari tipi di principato e mirano ad individuare i
mezzi che consentono di conquistarlo e di mantenerlo, conferendogli forza e
stabilità.
Machiavelli
distingue tra principati ereditari (a
cui è dedicato il capitolo II°) e nuovi; questi ultimi a loro volta possono
essere misti, aggiunti come membri allo Stato ereditario di un principe
(capitolo III°) o del tutto nuovi (capitoli IV° -V°); a loro volta questi
possono essere conquistati con la virtù e con armi proprie (capitoli IV° -V°),
oppure basandosi sulla fortuna e su armi altrui (capitolo VII°, in cui si
propone come esempio il duca Valentino). Il capitolo VIII° tratta di coloro che
giungono al principato attraverso scelleratezze, e qui Machiavelli distingue tra
la crudeltà “bene e male usata”: la prima è quella impiegata solo per
stati di assoluta necessità e che si converte nella maggiore utilità possibile
per i sudditi; male usata invece è quella che cresce con il tempo anziché
cessare ed è compiuta per l’esclusivo vantaggio del tiranno. Nel capitolo IX°
si affronta il principato “civile”, in cui cioè il principe riceve potere
dai cittadini stessi; Nel X° si esamina come si debbano misurare le forze dei
principati e nell’ XI° si tratta dei principati ecclesiastici, in cui il
potere è detenuto dall’autorità religiosa, come nel caso dello Stato della
Chiesa. I capitoli XII°-XIV° sono dedicati al problema delle milizie:
Machiavelli giudica negativamente l’uso degli eserciti mercenari (cosa che per
altro aveva fatto già Petrarca), abituale nell’Italia del tempo, perché essi
combattendo solo per denaro sono infidi e pertanto costituiscono una delle cause
principali della debolezza degli Stati italiani e delle pesanti sconfitte subite
nelle recenti guerre; di conseguenza , per lui, la forza di uno Stato consiste
soprattutto nel poter contare su armi proprie, su un esercito composto dagli
stessi cittadini in armi, che combattano per difendere i loro averi e la loro
vita stessa. I capitolo XV°-XXIII° trattano dei modi di comportarsi del
principe con i sudditi e gli amici.
E’
questa la parte in cui il rovesciamento degli schemi della trattatistica
precedente è più radicale e più polemico, in cui Machiavelli, anziché
esibire il catalogo delle virtù morali che sarebbero auspicabili in un principe
va dietro alla “verità effettuale della cosa”: poiché gli uomini sono
malvagi , avidi, mancatori della fede e violenti, il principe che è costretto
ad agire tra loro non può seguire in tutto le leggi morali, ma deve imparare
anche ad essere “non buono”, dove le circostanze lo esigono; deve guardare
al fine, che è vincere e mantenere lo Stato: i mezzi se vincerà saranno sempre
considerati onorevoli.
Sono
questi i capitoli che hanno immediatamente suscitato più scalpore ed hanno
attirato per secoli su Machiavelli l’esecrazione e la condanna. Il capitolo
XXIV° esamina le cause per cui i principi italiani, nella crisi successiva al
1494 (il crollo della libertà italiana)hanno perso i loro stati.
La
causa per lo scrittore è essenzialmente l’”ignavia” dei principi, che
nei tempi quieti non hanno saputo prevedere la tempesta che si preparava
(solo Savonarola aveva avuto l’intuizione) e porvi i necessari ripari.
Di
qui scaturisce naturalmente l’argomento del capitolo XXV°, il rapporto tra
virtù e fortuna, cioè la capacità, che deve essere propria del politico, di
porre argini alle variazioni della fortuna, paragonata a un fiume in piena che
quando straripa allaga le campagne e devasta i raccolti e gli abitati.
In
Machiavelli si delineano due concezioni della virtù: la virtù eccezionale del
singolo, del politico-eroe, che brilla nei momenti di eccezionale gravità e la
virtù del buon cittadino che opera entro stabili istituzioni dello Stato, e che
non è meno eroica della prima, come dimostrano tanti esempi della storia di
Roma, dove rifulse la virtù di semplici cittadini. Machiavelli ha comunque una
visione eroica dell’agire umano.In lui viene a confluire quella fiducia nella
forza dell’uomo, che era stata patrimonio della civiltà comunale (si pensi a
Boccaccio ), ed era stata poi ereditata e consapevolmente teorizzata dalla
civiltà umanistica.
Ma,
proprio sulla scorta di questa tradizione di pensiero, Machiavelli sa bene che
l’uomo nel suo agire ha precisi limiti e deve fare i conti con una serie di
fattori lui esterni e che non dipendono dalla sua volontà. Questi limiti
assumono il volto capriccioso e incostante della fortuna. E questo è un altro
grande tema della civiltà umanistico-rinascimentale, che fa anch’esso la sua
comparsa sin da Boccaccio. E’ il frutto di una concezione laica e
immanentistica, che mette tra parentesi la presenza nel mondo della provvidenza,
intesa come il disegno divino indirizzato consapevolmente a un fine, e porta in
primo piano il combinarsi di forze puramente casuali, accidentali, svincolate da
ogni finalità trascendente. Dalla tradizione umanistica Machiavelli eredita la
convinzione che l’uomo può fronteggiare vittoriosamente la fortuna. Egli
ritiene che essa sia arbitra solo della metà delle cose umane, e lasci regolare
l’altra metà agli uomini. Vi sono per Machiavelli vari modi in cui l’uomo
può contrapporsi alla fortuna. In primo luogo essa può costituire
“l’occasione” del suo agire, la “materia” su cui egli può imprimere
la “ forma” da lui voluta. La “virtù” del singolo e l’”occasione”
del suo agire, la “materia”su cui egli può imprimere la “forma “ da lui
voluta.
La
“virtù” del singolo e l’”occasione” si implicano a vicenda: le doti
del politico restano puramente potenziali se egli non trova l’occasione adatta
per affermarle, e viceversa l’occasione resta pura potenzialità se un
politico “virtuoso” non sa approfittarne. L’occasione può anche essere
una condizione negativa, che serve di stimolo ad una virtù eccezionale.
Scrive
Machiavelli nei capitoli VI° e XXVI° del Principe che occorreva che gli ebrei
fossero schiavi in Egitto, gli Ateniesi dispersi nell’Attica, i Persiani
sottomessi ai Medi perché potesse rifulgere la “virtù” dei grandi
condottieri di popoli come Mosè, Teseo e Ciro.
In
secondo luogo la”virtù” umana si impone alla fortuna attraverso la capacità
di previsione, il calcolo accorto. Nei momenti quieti l’abile politico deve
prevedere i futuri rovesci e predisporre i necessari ripari, come si
costruiscono gli argini per contenere i fiumi in piena.
Si
fronteggiano così, nel pensiero di Machiavelli, due forze gigantesche, la
fortuna incostante, volubile, e la virtù umana .che è in grado di
contrastarla, imbrigliarla, impedirle di far danno, piegarla ai propri fini. La
“virtù” di cui parla Machiavelli è quindi un complesso di varie qualità:
in primo luogo la perfetta conoscenza delle leggi generali dell’agire
politico, ricavate, come sappiamo, sia dall’esperienza diretta sia della
“lezione” della storia passata; in secondo luogo dalla capacità di
applicare queste leggi ai casi concreti e particolari, prevedendo in base ad
esse i comportamenti degli avversari e gli sviluppi delle situazioni, il mutare
dei rapporti di forza, l’incidenza degli interessi dei singoli ed infine la
decisione, l’energia, il coraggio nel mettere in pratica ciò che si è
designato: la”virtù”del politico è quindi una sintesi di doti
intellettuali e pratiche, che conferma che nel pensiero machiavelliano teoria e
prassi non vadano mai disgiunte. Ma vi è ancora un terzo mondo teorizzato da
Machiavelli per opporsi alla fortuna, e quindi un’altra dote che concorre a
determinare la “virtù” umana: il “riscontrarsi “ con i tempi, cioè la
duttilità nell’adattare il proprio comportamento alle varie esigenze
oggettive che via via si presentano, alle varie situazioni, ai vari contesti in
cui si è obbligati ad operare. Ad esempio, in certe occasioni occorre agire con
cautela e ponderatezza, in altre con impeto ed ardimento, in certi casi occorre
l’astuzia della volpe, in altri la forza del leone. E qui compare una nota
pessimistica: questa duttilità è una dote altamente auspicabile, ma quasi mai
si ritrova negli uomini che non sanno variare il loro comportamento secondo le
circostanze, perché, se hanno avuto sempre buon esito nell’operare in un
certo modo, difficilmente sanno adattarsi a ricorrere a moduli diversi; per cui
i politici avranno buon esito solo se le circostanze saranno conformi alle loro
doti naturali: cioè la statistica, se sarà cauto e prudente, avrà successo
solo se si troverà ad agire in circostanze che esigono prudenza, ma se i tempi
variassero ed esigessero decisioni pronte ed audaci, egli non saprebbe
certamente adattarsi ed andrebbe in rovina. Come si vede Machiavelli reintroduce
così, pessimisticamente, un fattore di casualità che sfugge al controllo
dell’uomo.
L’ultimo
capitolo, il XXVI°, è, come accennato, un’appassionata esortazione ad un
principe nuovo, accorto ed energico, che sappia porsi a capo del popolo italiano
e liberare l’Italia dai barbari.
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