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I miei studi storici
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Ugo Foscolo
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Nasce a Zante ( l’antica Zacinto), una delle isole Ionie allora appartenente alla Repubblica Veneta il 6 febbraio 1778, dal medico Andrea Foscolo, di antica famiglia veneziana e dalla greca Diamantina Spathis. Il suo nome di battesimo è Niccolò, ma dal 1795 preferisce farsi chiamare Ugo.
Compiuti
i primi studi presso il seminario arcivescovile di Spalato, in Dalmazia, nel
1972, dopo la morte improvvisa del padre ( 1788), si trasferisce a causa delle
difficoltà economiche, con la madre e i suoi fratelli, nella mondana salottiera
e letteraria Venezia.
Abbandonati
gli studi regolari, il giovane Ugo s’immerge nella lettura dei classici greci
e latini e dei maggiori autori italiani ( Dante, Petrarca, Parini, Alfieri) e
stranieri ( Young, Gray, Shakespeare, Goethe), senza trascurare le letture dei
filosofi (Bacone, Locke, Rousseau, Voltaire). Inoltre, rifacendosi soprattutto
alla tradizione arcadica, intraprende il proprio apprendistato poetico e nel
1796 pubblica il suo primo componimento, l’ode religiosa “ La Croce”.
E
così, grazie al suo singolare selvatico e sdegnoso fascino, rapidamente riesce
a farsi ammettere nei salotti dell’aristocrazia, tra cui quello esclusivo e
raffinato della bellissima e brillante Isabella Teotochi Albrizzi, con cui (lui
sedicenne e lei trentaquattrenne) ha un’ardente relazione amorosa. E proprio
nel suo salotto conosce Ippolito Pindemonte, Saverio Bettinelli e Aurelio de’
Giorgi Bertola.
All’università
di Padova poi si lega d’amicizia con Melchiorre Cesarotti e con i suoi allievi
di acceso spirito rivoluzionario Luigi Scevola, Gaetano Fornasini e Giovanni
Labus. Il piano di studi da lui redatto nel 1796 documenta la varietà dei suoi
interessi.
Dopo
la discesa dei francesi in Italia, sotto l’influenza delle idee giacobine
s’impegna nell’attività politica, cosicché suscita ben presto i sospetti
del governo veneto ed è costretto a rifugiarsi sui Colli Euganei.
A
seguito del grande successo ottenuto dalla tragedia “Tieste”, costruita sui
modelli alfieriani e piena di furore libertario, il governo oligarchico diviene
ancora più sospettoso nei suoi confronti. Quindi nell’aprile del 1797 fugge a
Bologna dove si arruola nell’esercito napoleonico e pubblica l’ode “A
Bonaparte liberatore”. A maggio dopo l’arrivo dei francesi e
l’instaurazione del regime democratico, fa ritorno a Venezia e vi svolge una
intensa attività politica fino all’amara delusione del trattato di
Campoformio (1797).
Venduta
la sua patria all’Austria, lascia per sempre Venezia e la madre. Quindi parte
in volontario esilio per la capitale della Repubblica Cisalpina, Milano, dove si
lega ai più attivi gruppi giacobini italiani, conosce il vecchio Parini e
diviene amico di Vincenzo Monti, con la cui moglie vive un’intensa e infelice
relazione d’amore. Collabora, inoltre, con Melchiorre Gioa alla redazione del
“Monitore italiano”, divenendo direttore e pubblicando articoli in difesa di
una visione patriottica della rivoluzione. E in difesa della tradizione
linguistica italiana esprime, nel coraggioso sonetto “ Te nudrice alle Muse,
ospite e Dea”, tutto il suo dissenso contro la decisione del Consiglio
Cisalpino di abolire l’insegnamento della lingua latina nelle scuole. Alla
chiusura del giornale da parte dei francesi, nell’estate del ’98 torna a
Bologna , dove collabora al “Genio democratico” e al “Monitore
bolognese”e avvia la stampa delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. Ma al
ritorno degli austriaci nel ’99, interrompe in tronco l’edizione (tuttavia
il libraio Marsigli, a sua insaputa, dà alla luce il libro portato a termine da
un certo Angelo Sassoli), per arruolarsi volontario nella Guardia Nazionale di
Bologna. Insieme con i francesi combatte valorosamente in Emilia e Romagna, ma
rimane ferito sia a Cento sia poi, una seconda volta, a Genova assediata. Nel
frattempo scrive l’ode “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo” e riesce a
ristampare l’ode “A Bonaparte”, premettendovi una lettera dedicatoria in
cui esorta Napoleone a vincere la tentazione della tirannide.
Dopo
la battaglia di Marengo, si stabilisce a Milano ed entra a far parte dello stato
maggiore del generale Pino, assolvendo vari incarichi in Lombardia, in Emilia e
in Toscana. E per l’appunto a Firenze nel 1801 si innamora di Isabella
Roncioni, promessa ad un nobile e ricco marchese. Rientrato a Milano
(1801-1803), intreccia una relazione amorosa con Antonietta Fagnani Arese, per
la quale scrive l’ode”All’amica risanata”. Per i comizi di Lione del
1802, che confermano il ruolo subalterno toccato all’Italia nel sistema
napoleonico, pubblica la spregiudicata “Orazione a Bonaparte”. Inoltre,
mentre entrano definitivamente in crisi le sue idee giacobine, pubblica
l’”Ortis”nella nuova redazione (1802), le “Poesie”, comprendenti,
oltre alle due odi, dodici sonetti e il lavoro erudito-filologico su “La
chioma di Berenice” (1803).
La
sua naturale irrequietezza e le crescenti difficoltà economiche lo inducono nel
1804 a recarsi in Francia per partecipare all’invasione dell’Inghilterra.
Qui, sulle coste della Manica, si dedica alla traduzione dal greco dell’Iliade
e dall’inglese del “Viaggio sentimentale”di Sterne ed ha l’opportunità
di trascorrere due anni di relativa calma, che impiega in gran parte in amori
appassionati, fra cui quello con l’inglese Fanny Emerytt , dalla quale ha una
figlia a cui da il nome di Floriana. Avendo
poi Napoleone rinunciato alla guerra contro l’Inghilterra, Foscolo si reca a
Parigi per un breve soggiorno , dove incontra il giovane Manzoni, e nel marzo
1806 fa ritorno a Milano. A seguito della liberazione del Veneto dal dominio
austriaco, corre a Venezia a rivedere la madre, il Cesarotti e la sua prima
protettrice Isabella Teotochi Albrizzi. Proprio dai colloqui con Isabella e con
Pindemonte nasce l’idea del carme “Dei Sepolcri”, edito nel 1807, quasi ad
un tempo con l’esperimento di traduzione dell’Iliade di Omero. “Dei
Sepolcri” è scritto in margine ad una discussione riguardante la possibile
estensione all’Italia dell’editto di Saint-Cloud sulla tumulazione dei
cadaveri senza distinzione di censo o di fama. Nel carme i contrasti
dell’animo foscoliano sembrano superati volontaristicamente in
un’accettazione senza riserve di valori chiari ed oggettivi e anche il
presentimento della morte, ultimo motivo di inquietudine, viene riassorbito nel
culto quasi religioso dell’esemplarità dei grandi e nel conforto recato dalla
bellezza e dalla gloria. Il carme che celebra il valore della memoria e
l’immortalità della poesia.
Continua
intanto una vita piena di passioni e relazioni amorose con Marzia Martinengo,
Maddalena Bignami e Francesca Giovio.
Ottenuta
la cattedra di eloquenza presso l’università di Pavia, nel 1809 pronuncia,
con grande successo, l’orazione inaugurale “Dell’origine e dell’ufficio
della letteratura”. Ma non è più in linea con la politica di Napoleone e la
cattedra viene soppressa pochi mesi dopo.
Foscolo
ricade in nuove difficoltà economiche; si infittiscono le invidie, le
maldicenze e gli attriti nell’ambiente letterario milanese, ed alla fine viene
meno anche l’amicizia con Monti.
La
situazione precipita. Nella tragedia”Aiace”, rappresentata alla Scala nel
dicembre del 1811, si scorgono allusioni ingiuriose a Napoleone. La
rappresentazione viene proibita e Foscolo è invitato a lasciare Milano. Dopo
una breve visita a Venezia e un soggiorno nel castello di Belgioso a Pavia,
amareggiato e deluso nel 1812 ripara a Firenze, dove rimane fino al luglio
dell’anno seguente, vivendo, nella suggestiva solitudine della villa di
Bellosguardo, uno dei momenti più tranquilli della sua vita. Frequenta il
salotto della contessa d’Albany sul lungarno, corteggia la bella Eleonora
Nencini e intrattiene una dolce relazione amorosa con Quirina Mocenni, la
“Donna gentile”. Compone la tragedia “Ricciarda, riprende e pubblica la
traduzione del “Viaggio sentimentale” di Sterne, accompagnata dalla
“Notizia intorno a Didimo Chierico e dà vita alle “Grazie” ( alla cui
redazione tornerà anche nel ‘ 22).
Nell’ottobre
del 1813, approssimandosi dopo la sconfitta di Lipsia il crollo del regime
napoleonico, che egli considera il minore dei mali, rientra a Milano per
riprendere il suo posto nell’esercito e difendere il Regno Italico. Poi
invece, quando gli Austriaci entrano a Milano, immaginando di poter contare su
un’ampia libertà d’azione, è sul punto di accettare la proposta di
preparare per loro un periodico (che di lì a poco si sarebbe realizzato con la
“Biblioteca italiana”). Ma, alla vigilia del giuramento di fedeltà
all’Austria, tenendo fede ai suoi principi di “libero scrittore”, il 30
marzo del 1815, fugge da Milano e prende la via dell’esilio. Dapprima ripara
in Svizzera, dove attende ad una nuova edizione dell’” Ortis” (1816),
porta a termine la satira”Ipercalisse” e compone i discorsi “Della servitù
in Italia”.
Poi,
dopo varie peregrinazioni, essendo perseguitato dalla polizia, si stabilisce
alla fine del 1816 a Londra.
Qui,
inizialmente, viene accolto con favore nei circoli letterari e culturali, ma
presto, per il desiderio di vivere in un ambiente di raffinata eleganza, si
avventura in imprese economiche rovinose; e a causa sia del suo orgoglioso,
aggressivo e polemico carattere sia degli antichi risentimenti, finisce per
alienarsi le simpatie e della compunta aristocrazia inglese e dei numerosi
italiani in esilio a Londra (Berchet, Confalonieri, Scalvini, Santarosa). Alle
difficoltà economiche cerca di ovviare con un indefesso e ostinato e spesso
ingrato lavoro, ovvero con conferenze, lezioni, articoli e saggi sui giornali e
riviste. Al periodo 1818-1825 appartengono, infatti, oltre alla “Lettera
apologetica”, gli scritti di critica e storia letteraria: il “Discorso sul
testo della Divina Commedia di Dante”, i”Saggi sul Petrarca”, il
“Discorso storico sul testo del Decameron “, il “ Saggio sulla letteratura
contemporanea in Italia ( Essay on the Present Literature of Italy)”, i
“Poemi narrativi e romanzeschi “, le “Epoche della lingua italiana”,
“La letteratura periodica italiana” e “Della nuova scuola drammatica
italiana”. Inoltre, fin dal 1817 anno della redazione definitiva
dell’”Ortis”, abbozza un progetto di “Lettere scritte
dall’Inghilterra”, di cui però solo una parte viene stampata, postuma, con
il titolo “Gazzettino del bel mondo”. Qui guadagna abbastanza con la
pubblicazione delle sue opere, ma sperpera tutto con le sue dissolutezze. Inizia
pure la costruzione di una lussuosissima villa che non riesce a pagare
totalmente nonostante l’aiuto della figlia Floriana
(che, ritrovata a Londra, gli offre tremila sterline). Inseguito dai
creditori subisce anche il carcere ed è poi costretto a ritirarsi nel villaggio
di Turnham Green, ove vive gli ultimi suoi anni in compagnia della figlia e
l’affetto di alcuni pochi amici che vengono a temperare la solitudine, i
disagi, le tristezze e la malattia degli ultimi anni.
Niccolò
Ugo Foscolo muore per idropisia il 10 settembre 1827 nel sobborgo londinese di
Turnham Green e viene sepolto nel vicino cimitero di Chiswich.
Solamente,
dopo l’Unità d’Italia, nel 1871 le sue ossa sono state tumulate a Firenze,
nella chiesa di Santa Croce, accanto ai grandi italiani che gli aveva così
tanto esaltato nel carme “Dei Sepolcri”.
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