pagina web di Ercolina Milanesi
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I miei studi storici
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SECONDO
JOHN STEINBECK
Una
delle generalizzazioni osservate più spesso nei confronti degli americani è
che sono un popolo insoddisfatto, irrequieto, sempre alla ricerca di qualcosa.
Mordono il freno e si impennano sotto un fallimento e si infuriano di
insoddisfazione di fronte al successo.
Passano
il loro tempo a cercare la sicurezza e detestano ciò che riescono ad ottenere.
In maggior parte sono un popolo intemperante: mangiano troppo
appena possono , bevono troppo, indulgono troppo al piacere dei sensi.
Anche nelle cosiddette virtù sono intemperanti; un astemio assoluto non si
accontenta di non bere alcool, ma deve smettere di bere ogni bibita di questo
mondo; un vegetariano è disposto a mettere fuori legge il mangiare un solo
pezzettino di carne. Gli americani lavorano troppo sodo e molti muoiono sotto la
tensione; e poi, per pareggiare questo eccesso, si danno al gioco della
violenza, che è spesso il suicidio.
Il
risultato di ciò è che sono di continuo in uno stato di tumulto e di
disordine, sia fisicamente che mentalmente. Sono capaci di credere che il loro
governo è debole, stolido, prepotente, disonesto ed incapace e nello stesso
tempo sono profondamente convinti di avere il governo migliore del mondo e
vorrebbero imporlo ad ogni altro
popolo.
Parlano dello stile di vita americano come se questo implicasse le norme
fondamentali del governo celeste.
Un
uomo disoccupato ed affamato per la stupidità propria e degli altri , un uomo
battuto da un poliziotto brutale, una donna
costretta alla prostituzione dalla sua stessa indolenza, dai prezzi
troppo alti, dalla disponibilità e dalla disperazione, tutta questa gente si
inchina con riverenza davanti allo stile di vita americano, anche se ognuno
resterebbe stupito, perplesso e irato, se richiesto di definire che cosa sia
esattamente l’”American Way of Life”.
Gli
americani si trascinano e si dimenano sulla via sassosa verso la pentola
d’oro, che ritengono rappresentare la sicurezza. Calpestano amici, parenti e
sconosciuti che tagliano loro la strada che li porta alla meta; e appena
raggiungono questa meta, la diffondono e la seminano sugli psicanalisti, per
cercare di scoprire perchè sono infelici ed infine, se posseggono oro a
sufficienza , lo restituiscono alla nazione sotto forma di fondazioni ed
istituti di beneficenza. Combattono per avere la loro strada d’ingresso e
cercano di comperare la loro via d’uscita. Sono vigili, curiosi, pieni di
speranza e consumano più medicine adatte a renderli incoscienti più di ogni
altro popolo al mondo. Hanno una grande fiducia in loro stessi e nello stesso
tempo dipendono completamente dall’esterno. Sono aggressivi ed indifesi.
Gli
americani indulgono anche troppo nei confronti dei loro bambini, ma non li
amano; i bambini a loro volta dipendono eccessivamente dai genitori, verso i
quali sono pieni di odio.
Si
compiacciono di cosa posseggono, delle loro case, della loro educazione; ma è
difficile trovare un uomo o una donna che non desideri qualcosa di meglio per la
generazione avvenire. Gli americani sono notevolmente gentili, ospitali e aperti
tanto con gli ospiti quanto con gli estranei; e tuttavia formano un largo
circolo interno a un uomo che agonizza in mezzo alla strada. Spendono patrimoni
per far scendere gatti dai rami degli alberi e per salvare cani dalle condotte
delle fognature; ma una ragazza minacciata e che urla dal terrore invocando
aiuto in mezzo alla strada riesce soltanto a farsi sbattere porte e finestre in
faccia e a trovare un profondo silenzio.
Gli
americani sembrano vivere, respirare e funzionare in base ad un paradosso; ma in
nessuna cosa sono così paradossali quanto nella ferma credenza dei loro miti.
Si ritengono veramente dei meccanici nati e gente che sa farsi tutto da sé.
Passano la loro vita in automobile, ma la maggior parte di loro, almeno
moltissimi, non conoscono abbastanza un’automobile da saper guardare nel
serbatoio della benzina, quando il motore non funziona. La loro vita, quale la
vivono, non funzionerebbe senza elettricità, ma è raro che un uomo o una
donna, quando la corrente elettrica viene a mancare, sappia cercare una valvola
bruciata e sostituirla. Credono implicitamente d’essere gli eredi dei
pionieri, di aver ereditato l’autosufficienza e la capacità di badare a loro
stessi, particolarmente in rapporto alla natura.
Non
vi è tra loro un uomo su diecimila che sappia macellare un bovino o un maiale e
tagliarlo a fette per mangiarlo, per non parlare nemmeno di un animale
selvatico. Per dote naturale, sono grandi tiratori di fucile, ma quando si apre
la stagione della caccia si verifica un macello di esseri umani e di animali
domestici, a opera di uomini che non potrebbero colpire un vero bersaglio, anche
se lo riuscissero a vedere. Gli americani tesaurizzano il concetto di vivere
accanto alla natura, ma sempre meno agricoltori riescono a nutrire un numero di
persone sempre più grande, e appena se lo possono permettere, mangiano cibi in
scatola, comperano pranzi surgelati da consumare davanti alla TV e si recano a
fare acquisti presso i rosticcieri specializzati in delicatessen.
L’incremento
urbanistico significa trasferirsi nelle zone suburbane, ma il pendolare
americano vede, quando gli riesce, meno campagna del cittadino che abita in un
appartamento di città con le sue finestre che sporgono, invetriate, e le sue
violette africane teneramente curate sotto la luce. In nessun paese si comperano
più semi, piante ed attrezzature allo scopo e si coltivano meno vegetali e
fiori.
I
paradossi si trovano da per tutto: gridano con quanta voce hanno in gola che
sono una nazione retta dalle leggi, non dagli uomini, e poi passano a infrangere
ogni legge possibile, se riescono a farlo senza rischio alcuno. Orgogliosamente
ripetono ad ogni piè sospinto che loro fondono le loro posizioni politiche sui
problemi che li assillano, ma poi votano contro un uomo a causa della sua
religione, del suo nome o della forma del suo naso.
Talvolta
hanno l’aria di essere una nazione di puritani pubblici e di dissoluti
privati. Non ci sono davvero eccessi come quelli perpetrati da uomini di
famiglia retti, che sono lontani da casa per partecipare ad una riunione
d’affari. Credono nella virilità dei loro uomini e nella femminilità delle
loro donne, ma arrivano al massimo delle spese e delle scomodità per nascondere
ogni prova naturale che sono l’una e l’altra cosa. Fin dalla pubertà, sono
ossessionati dalla sessualità; ma i loro tribunali, i loro consiglieri ed i
loro psichiatri hanno di continuo a che fare con casi di fallimenti sessuali, o
accuse di frigidità o d’impotenza. Un piccolo fallimento d’affari può in
modo del tutto normale rendere un uomo sessualmente impotente.
Gli
americani immaginano di essere dei realisti tenaci, ma comperano qualunque cosa
su cui vedono la pubblicità, segnatamente alla televisione; e la comprano non
in riferimento alla qualità o al valore del prodotto, ma direttamente in
conseguenza del numero di volte che l’abbiano udita o vista menzionare. La
stupidaggine più impudente in merito ad un prodotto, non la discutono mai.
Hanno paura di essere desti, paura di essere soli, paura di restare un momento
senza il fracasso e la confusione che chiamano divertimento. Vantano la loro
antipatia per l’arte e la musica intellettualistica e popolano sempre più,
sempre meglio e più di ogni Paese al mondo saloni di concerti sinfonici,
pinacoteche e teatri.
Detestano
profondamente l’arte astratta, eppure ne creano più di tutto il resto del
mondo messo insieme.
Una
caratteristica che rende più perplessi gli osservatori stranieri è il sogno
profondo e imperituro d’ogni americano. A pensarci bene, si scopre che questo
sogno ha poco a che vedere con la realtà nella vita americana. Riflettono al
sogno e alla fame di una casa: La stessa parola può ridurre quasi tutti gli
americani alle lacrime. Costruttori ed imprenditori non costruiscono mai delle
case, ma costruiscono la “casa”.
La
casa del sogno si trova o in una cittadina o in una zona suburbana dove alberi e
prati simulano la campagna. La casa del sogno è una sede permanente, di cui non
si paga l’affitto, ma di cui si è proprietari. E’ un centro dove un uomo e
sua moglie invecchiano dolcemente, graziosamente, scaldati dal fulgore di figli
e nipotini puliti. Si costruiscono migliaia di queste casette ogni anno, le si
progetta, le si fabbrica, le si propaganda e le si vende, e tuttavia la famiglia
americana di rado resiste in un posto più di cinque anni. La casa e tutti i
suoi accessori sono acquistati a rate e gravemente ipotecati. Il potere del capo
famiglia è quasi sempre superiore alle sue energie, così dopo qualche anno
egli non è più in grado di far fronte al pagamento dei suoi impegni
finanziari. Ciò avviene quando la situazione è di quelle cosiddette precarie.
Supponendo
che l’uomo che guadagna abbia successo ed il suo reddito accresca,
immediatamente, la casa non è abbastanza grande o non si trova nei paraggi
preferiti. O magari la vita suburbana diventa monotona e noiosa e allora la
famiglia si trasferisce in città, dove l’attirano gli svaghi e le comodità.
Alcuni
di questi movimenti avanti e indietro sembrano semplicemente il risultato di una
pura irrequietezza, di un puro nervosismo.
Vi
sono persone che mantengono lo stesso posto di lavoro per vent’anni, o anche
trenta o quaranta, e ricevono un orologio d’oro in premio; ma il numero di
questi vecchi e fedeli impiegati è in continua diminuzione. Una parte di questi
trasferimenti è legata alla natura dell’impiego stesso. I lavori in fabbrica,
nei supermercati, nelle imprese di mediazioni per lavori edili, nella
costruzione di ponti, edifici pubblici, o altri stabilimenti industriali sono
spesso temporanei; il lavoro portato a termine, le tasse, gli stipendi locali in
aumento o le vendite in diminuzione possono obbligare una impresa d’affari a
trasferirsi in una nuova zona. Inoltre, molte grandi società anonime seguono la
tattica di trasferire i dipendenti dall’una all’altra delle loro molte
filiali. Il dipendente, col suo sogno di una casa, si accorge di perdere
quattrini ad ogni trasferimento. Coloro che vendono case traggono profitto dalla
svalutazione dell’immobile e dagli interessi sul prestito, ma il proprietario
privato che vuole cedere la sua casa di sogno e traslocare in un’altra si
accorge di subire sempre una perdita. Ma il sogno, comunque, non muore: assume
semplicemente un’altra forma.
Oggi,
con l’antica tendenza americana di cercare pascoli sempre più verdi ancora
vivissima, il nuovo sogno è divenuto quello della casa su ruote, la casa
mobile. Non è una roulotte; è una vera e propria casa d’abitazione, dalla
forma allungata e stretta, e con le ruote che permettono, se necessario, di
correre sulle autostrade per giungere ad una nuova regione.
In
una casa mobile, un uomo non deve rimetterci quando lo trasferiscono; la sua
casa lo accompagna ovunque vada.
Fino
a pochissimo tempo fa, quando le autorità locali si erano accinte a trovare il
modo di far pagare al signor Ebreo Errante i suoi trasferimenti, un proprietario
di casa su ruote, che abitava in una zona affittata in un parco per roulottes,
poteva evitare le tasse ed i tributi locali, mentre si serviva delle scuole
pubbliche e delle altre comodità che le cittadine americane consentono alla
loro popolazione. Lo stile di vita mobile, il “ mobile way of life”, non è
naturalmente una cosa nuova al mondo.
E’
più che probabile che gli uomini siano vissuti in questo modo per centinaia di
migliaia di anni prima di concepire addirittura lo stanziamento in comunità
stabili:i mandriani seguivano gli armenti, i cacciatori seguivano la selvaggina
e tutti fuggivano davanti alle intemperie. I tartari trasferivano interi
villaggi sulle ruote e gli zingari, duri morire, non hanno mai abbandonato le
loro carovane. Le popolazioni ritornano con entusiasmo alla vita mobile per
ritrovare qualcosa che esse riconoscono, e se possono raddoppiare il loro sogno,
avere nello stesso tempo una casa mobile come simbolo e la mobilità, riescono a
realizzarlo.
Ormai
esistono enormi stanziamenti di queste case metalliche raggruppate ai margini
delle città americane. Piantano appezzamenti di prato e cespugli, vengono tesi
tendoni e compaiono le sedie a sdraio da giardino. La vita comunitaria sorge in
breve, una vita che ha tutti i segni di quella sedentaria, i criteri del
successo o del fallimento che si trovano altrove in America.
Non
si vuol dire che la vita americana sta subendo una fase di trasformazione, ma,
come sempre nella storia dell’uomo, porta con sé un po’ del suo passato.
I
costruttori d’automobili hanno scoperto e incrementato l’aspirazione
americana alle condizioni sociali. Cambiando i ritrovati e gli accessori ad ogni
nuovo modello d’automobile, sono riusciti a dare la sensazione a ogni
proprietario d’auto che la sua macchina perfettamente buona era antiquata e
non più desiderabile. E dato che l’idea del successo nel mondo di una
famiglia , o del suo stato sociale, dipende in una certa misura dal genere
d’automobile che una persona guida, questa persona ne compera una nuova anche
se non necessaria.
Case
mobili antiquate portano la stessa stigma. Ogni anno compaiono nuovi modelli.
Una famiglia che abbia un modello un po’ antiquato, anche se comodo e sano, in
breve si sente declassée. E così le persone più modeste acquistano le case
usate, cedute in pagamento di quelle più nuove.
E
le città di roulottes hanno paraggi così mostruosamente snob come qualunque
altro sviluppo suburbano: ognuno ha il suo “Sugar Hill”, il quartiere della
classe media superiore e le sue estensioni di baracche.
Il
sogno della casa è soltanto una delle illusioni americane profondamente
radicate, che, dato che è possibile cambiarle, agiscono da elemento di coesione
per tenere stretta insieme tutta la nazione e renderla diversa da tutte le
altre.
Il
sogno nazionale americano è tutto un quadro di pensieri e sentimenti e può ben
essere un ricordo storico un po’ deformato. Inoltre, coloro che partecipano al
sogno non hanno bisogno di discendere da gente a cui la realtà sia veramente
occorsa. Questo quadro di pensieri e di comportamento che è il carattere
nazionale americano, è assimilato perfino dai figli, nati in America, degli
emigrati, ma non viene mai agli stessi immigrati per quanto possano desiderarlo;
nascere sul suolo americano sembra un requisito indispensabile.
Fino
a poco tempo fa casa era un termine reale, e nella lingua inglese è una parola
magica. L’antica radice “ham”, da cui proviene la parola americana
“home”( casa, tetto, focolare) significa il triangolo dove si incontrano due
fiumi, che, con un breve vallo, possono essere difesi. Dapprima il termine
“home” significò innanzitutto sicurezza e poi, gradatamente, conforto,
comodità.
Il
simbolo della sicurezza e del conforto per gli americani rimane solo e soltanto
la casa.
E’
sogno tipicamente americano che essi siano grandi cacciatori, battitori,
boscaioli, tiratori infallibili con un fucile o con una doppietta tra le mani; e
questo sogno è profondamente alimentato da americani che non hanno mai sparato
un colpo di fucile o cacciato niente di più grosso o più pericoloso di uno
scarafaggio.
Un
sogno nazionale non ha bisogno ( e infatti non lo deve) essere definito ed
esatto.
Pensando
al sogno della Francia, basato sul ricordo e arso nella fornace della sconfitta
e dell’occupazione, seguito dalla frustrazione dei crocevia dalle molte
diramazioni, fino al momento in cui Charles-le-plus-Magne
(Carlo Magno)rilustrò l’antica parola “gloria”e la fece luccicare.
“La
Gloire” fece brillare gli occhi ai francesi; l’arroganza difensiva si
accentuò, più dura, e perfino i filosoficamente disperati si sono rivelati
gloriosi e possessivi nella loro disperazione, e i fuligginosi lasciati dai
secoli sono stati lavati dalle facciate dei gloriosi palazzi parigini.
Quando
questo popolo ispirato cercò degli esempi di gloria, si ricordò del Re Sole,
che lo lasciò andare in malora, e dell’Imperatore Napoleone, l’eredità che
lasciò fu la disfatta e la semi-anarchia; ma la gloria esisteva tanto negli
uomini quanto nei tempi, e la Francia ne aveva bisogno, perché la gloria è
dignità, soltanto coloro che non l’hanno ne sentono il bisogno.
Anche
per gli americani il sogno ampio e generale ha un nome. Si chiama “the
American Way of Life”, lo stile di vita americano.
Gli
americani si rendono chiaramente conto che ci sono delle falle e delle punte nel
loro sistema. Desiderosi di andare avanti, di trovare nuove condizioni e nuovi
punti di vista, sono tuttavia riluttanti a cambiare la legge tradizionale già
in vigore. Quanto è stato scritto sulla carta diffusamente è scritto nei loro
cuori ed è molto difficile togliere tali lesioni.
Un
simile groviglio di confusione e connessione è la loro curiosa trappola dei
diritti dei singoli stati in quanto opposti a quelli federali.
Quando
fu scritta la Costituzione, c’erano tredici distinti stati confederati, o
commonwealths, che non soltanto avevano le loro identità economiche, sociali,
religiose e geografiche, ma proprio a causa delle distanze, della mancanza di
comunicazioni, di strade e così via, erano costretti a conservare le loro
distinte forme di governo. Gli stati originari non erano nemmeno in grado di
concepire di chiedere l’aiuto federale nel campo dell’istruzione,
dell’igiene, del controllo portuale, dei disastri, delle strade, e delle vie
di comunicazione nel campo delle direttive e dei sussidi.
E’
esatto che alcuni stati strinsero alleanze molto libere, come quelle della Nuova
Inghilterra e del Sud; ma restavano sempre tredici piccole nazioni, singole e più
o meno sufficienti.
Il
bisogno della sopravvivenza ha mutato questa condizione, ma il cambiamento più
profondo si verificò quando, durante la grande crisi economica, il governo
federale si assunse la responsabilità della salute e del benessere di tutti i
cittadini. Questa fu una seconda autentica rivoluzione. I diritti degli stati
sono, oggi, in larga misura, un anacronismo.
D’altra
parte, i diritti civili ed il suffragio universale sono specificamente
menzionati in tre emendamenti della Costituzione, sostenuti dalla Legge dei
Diritti Civili del Congresso, come senz’ombra di dubbio responsabilità del
governo federale, che è chiaramente tenuto a far rispettare la legge e punire
chiunque non l’osservi.
E
qui troviamo uno dei paradossi americani più straordinari.
Questi
gruppi e singoli cittadini, pubblici e privati, il cui scopo è di respingere le
leggi dei diritti civili e, appellandosi ai diritti dei singoli stati, rendere
nulla la legge federale, protestano a gran voce contro l’ingiustizia del
regolamento federale. O crimini di violenza, in casi del genere, sono ignorati,
o, se i criminali sono sottoposti a processo, e ciò accade molto di rado, vanno
assolti. IL governo federale non può far entrare in vigore una legge, quando i
metodi di sovversione sono al di là dove possa arrivare il suo braccio. Gli
ordini di un tribunale e le accuse di disprezzo della corte hanno ben poco
effetto di fronte alla violenza impunita. L’unico ricorso del governo,
l’impiego delle truppe per domare l’agitazione delle masse civili, è un
mezzo che non ha mai mancato di fare più male che bene.
Oramai
un governo che non sia in grado di fare rispettare la sua propria legge cessa in
breve di essere un governo. La forza della pressione dei negri, sostenuta da una
maggioranza di americani bianchi, non consentirà di ricacciare i diritti civili
nel limbo in cui gli emendamenti della Costituzione hanno nascosto il capo per
un secolo. La sola alternativa è una legge federale che faccia di ogni reato,
commesso allo scopo di negare o proibire i diritti civili, un delitto federale,
soggetto a giudizio di tribunali e giurie federali, con il diritto d’opzione
di un cambiamento di sede, quando le autorità locali si prendano gioco della
legge.
La
minaccia maggiore di tale legge potrebbe riuscire a dare ai singoli stati il
pretesto di assumersi il compito della propria salvezza. I cambiamenti di questi
ultimi anni sono stati enormi, ma sono finalmente arrivati al nucleo stesso
della ribellione chiusa a difesa, e questa ribellione deve essere eliminata
prima che si possa avviare verso un avvenire degno di essere vissuto.
Nessuna
buona società può crescere e svilupparsi se ha le radici in un suolo sterile.
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