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I miei articoli politici

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A NAPOLI L’ESERCITO NON SERVE A NULLA 

 

Curzio Malaparte lo scrisse già nel suo libro: “La pelle” uscito nel 1949 ma messo subito all’Indice dal Sant’Uffizio e dalle istituzioni che gridarono: “Malaparte al rogo”.

Per quale motivo? Raccontava solo la verità su Napoli, città che lui amava.

Quel titolo era un richiamo alla pelle dell’Italia sbrindellata ma, soprattutto, la Napoli appestata. Il primo ottobre del 43 i napoletani ebbero “l’onore” di essere liberati dagli alleati americani per primi, ed allora si scatenò ogni sorta di depravazione, di degrado morale.

Bastava che un soldato alleato si sporgesse da una jeep per sorridere ad una donna, scrive Malaparte, ed ecco che quella donna diventava una prostituta per un paio di calze, per un pacchetto di Cammel, per qualche dollaro. Donne che si vendevano e i padri che vendevano le figlie, fratelli che vendevano le sorelle. Tutti certi che quello fosse l’unico modo più facile per sopravvivere. A Napoli era scoppiata una terribile epidemia: la peste, ma non quella del devastante morbo del Medioevo, ma qualcosa di nuovo, di speciale, una peste morale.

La peste fiorì per le strade, nei vicoli, dove donne vecchie, dall’aspetto sfatto, reso ancor più orribile dal trucco vistoso, offrivano ai soldati marocchini, indiani, algerini, malgasci, la loro triste mercanzia: bambine e bambini di 8 – 10 anni. I bambini costavano due dollari, le bambine tre, oppure il regalino di un po’ di zucchero, pane, sigarette, scarpe. In un basso, in fondo a un vicolo nei pressi di Piazza Olivella, davanti alla porta di un tugurio sostava una piccola folla di soldati alleati, in gran parte negri per vedere e toccare una “vergine” nelle sue parti più intime. Il padre della ragazza, giovanissima, sostava davanti ad una tenda ed incassava un dollaro per ogni visitatore. Sono molti i fatti raccontati da Malaparte nel suo libro, fatti innegabilmente orrendi, mostruosi per i napoletani, scesi così in basso solo per la miseria in cui vivevano. La folla napoletana squallida, sporca affamata, vestita di stracci che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, battere le mani, saltare di gioia fra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar fiori dalle finestre sui vincitori.

Ecco cosa succedeva, in quei lontani anni, in quella meravigliosa città che è Napoli.  

Il degrado avvenuto fu solo per fame, essendo la maggior parte del popolo, povero sino alla miseria.

Sono passati più di sessanta anni e ritroviamo Napoli in condizioni, seppur diverse e per altri motivi, contagiati da un’altra epidemia, una peste ancor più perniciosa: la criminalità!

La “ camorra” associazione della malavita napoletana, nata sotto gli spagnoli, molto potente ed organizzata secondo rigorose leggi e gerarchie di tipo mafioso, ora, spadroneggia in Napoli come la vera padrona del territorio. Ogni giorno le varie cosche si combattono per ottenere sempre più potere, i morti non si contano più ma, spesso, chi ci rimette la vita sono pure gli innocenti che passeggiano per le vie e si trovano in mezzo a sparatorie. La delinquenza non ha più freni inibitori, i negozianti devono pagare il pizzo se vogliono vivere e salvare la loro attività, lo spaccio di droga è fiorente, la prostituzione pure. I ragazzi, la maggioranza popolana, non frequenta le scuole perché non “produce”, preferiscono e ambiscono ad entrare in una cosca. La moralità, la dignità, la correttezza, l’onore sono parole sconosciute per loro. Eppure ne fanno sempre sfoggio dell’onore, ma fatto a loro esclusiva mentalità.

Doloroso ammettere il degrado di questa città, la sporcizia regna sovrana, i furti sono all’ordine del giorno, perpetrati da ragazzini ma comandati da un boss che li paga con una misera somma. Eppure si sentono orgogliosi, nessuno come il napoletano si sente forte, il migliore, colui che può prevaricare le leggi, dato che l’unica legge che riconoscono è la loro.

Ma di chi è la colpa se si è arrivati a questi estremi? Non certo delle nostre Forze dell’Ordine che spesso perdono la vita sia negli agguati che per cercare di frenare i criminali.

Eppure esiste un Sindaco a Napoli, esiste un Governatore della Campania, ma che fanno? Nulla, di nulla. Questo loro modo di comportarsi è soggetto ad illazioni non certo edificanti….

E parlamentari campani ve ne sono ed allora perché non intervengono a frenare questa criminalità? Paura di ritorsioni o protezione discutibile?

Aveva ragione Curzio Malaparte nel dire che a Napoli l’esercito non serve a nulla e lo scrisse tempo fa, forse avvisato da una sibilla o cosciente della natura napoletana.

Ed anche nel duemila le cose non sono cambiate ed è un peccato perché Napoli era una città meravigliosa e non doveva finire così appestata.

Forse avrà ragione lo scrittore Bocca che disse a Fazio, alla TV, che l’unico modo per terminare questo lungo ciclo di crimini dovrebbe eruttare il Vesuvio per fermare questa epidemia dal nome peste. Avremo un’altra Pompei coperta dalle ceneri?

Solo Dio lo sa!

Mi auguro che si salvino le persone per bene, che ve ne sono ancora, chi delinque possa riposare in pace sotto la lava del Vesuvio.

Chi male fa, male riceve!

 

ERCOLINA  MILANESI


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