Giovanni Gentile,
un filosofo scomodo
di Gianfredo Ruggiero
Il 15 aprile del 1944 veniva vigliaccamente
assassinato da un gruppo di partigiani
antifascisti Giovanni Gentile, uno dei più
grandi filosofi italiani del novecento.
Giovanni Gentile fu, con Benedetto Croce,
l’esponente principale del neoidealismo
italiano. La sua visione del mondo, quella di un
Umanesimo del Lavoro capace di realizzare
un’autentica giustizia sociale, lo portò a
rielaborare in forma organica l’idealismo di
Hegel.
Il suo nome è legato alla prima (e a tutt’oggi
unica) riforma organica della scuola italiana,
affidando all’insegnamento della filosofia e
delle materie umanistiche un ruolo centrale
nello sviluppo pedagogico dello studente;
all’Enciclopedia italiana (con G. Treccani) alla
cui realizzazione Giovanni Gentile chiamò, al di
sopra delle parti, le massime autorità
scientifiche dell’epoca senza alcuna distinzione
di credo politico affinché quest’opera
monumentale (36 volumi) rappresentasse la summa
del sapere italiano; alla Normale di Pisa,
ristrutturata, potenziata e resa di gran
prestigio.
L’influenza di Gentile sulla cultura italiana,
accresciutasi nel tempo per merito delle sue
pubblicazioni, delle iniziative con Benedetto
Croce e della produzione della sua scuola
filosofica, fu enorme e si estese anche grazie
agli innumerevoli incarichi che ricoprì durante
il regime fascista, cui aderì con entusiasmo e
coerenza. Va ricordato, a riguardo, l’estensione
del ”Manifesto degli intellettuali italiani
fascisti” (che sancì la definitiva rottura con
Croce) che recava firme illustri tra cui quelle
di Luigi Pirandello, Gioachino Volpe, Curzio
Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Enrico
Corradini e Giuseppe Ungaretti.
Fu direttore dell’Istituto Italiano di Cultura,
presidente dell’Accademia d’Italia e Ministro
della Pubblica Istruzione durante il primo
governo Mussolini (1922-1924).
Nell’esperienza storica avviata da Mussolini,
Giovanni Gentile vide quella sintesi tra
pensiero e azione necessaria per portare a
compimento il processo risorgimentale (depurato
dalle scorie del liberalismo e superate le
contraddizioni del socialismo) e gettare le basi
per la costruzione di uno Stato moderno: lo
Stato Nazionale del Lavoro.
Dopo la crisi del 25 luglio 1943, aderì alla
Repubblica Sociale Italiana come atto di fede
nella capacità rigeneratrice dell’Italia e di
stima per Benito Mussolini. Sapeva, come
moltissimi giovani che risposero all’appello del
Duce, che difficilmente sarebbe sopravvissuto a
quell’avventura e che, viceversa, si sarebbe
salvato standosene tranquillo in disparte.
Fece opera di riconciliazione tra le parti per
evitare una guerra fratricida che avrebbe (cosa
che puntualmente avvenne) diviso gli italiani
per generazioni.
L’assassinio giunse a ciel sereno: c’erano state
solo alcune minacce alla rivista fiorentina da
lui diretta ed estese ai suoi collaboratori, fra
cui spiccavano i nomi di Ardengo Soffici e del
futuro leader repubblicano Giovanni Spadolini e
alcuni attacchi volgari dai microfoni di radio
Londra.
La morte di Gentile, cui seguì la demolizione
intellettuale e morale di Benedetto Croce, fu
voluta soprattutto da Togliatti per sgombrare il
campo filosofico nella prospettiva di
un’egemonia culturale marxista e fece tirare un
sospiro di sollievo ai tanti intellettuali
antifascisti che, come afferma Paolo Mieli nel
suo saggio ”Una rilettura liberale di Giovanni
Gentile”, durante il regime poterono campare
scrivendo.
La grandezza postuma di Gentile non sta solo
nella sua statura di pensatore e uomo di
cultura, ma anche nell’aver tenuto ferme, fino
alle estreme conseguenze, le proprie idee: una
coerenza che per quanti si schierano a destra
dovrebbe essere d’esempio soprattutto oggi, nel
momento in cui, come dice una bella canzone
della Compagnia dell’Anello, ”stiamo buttando
alle ortiche, per inseguire il potere, la nostra
Fede più antica e le ragioni piu’vere”.
Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur
- Varese