Gianfranco
Fini, il voltagabbana
«Un leader piramidale che ha saputo trasformare
la propria solitudine nel centro della
politica»: così il «Foglio» del 24 marzo scorso
inneggiava a Gianfranco Fini all’indomani della
confluenza di Alleanza Nazionale nel PDL, il
cartello elettorale creato da Berlusconi
nell’ottobre 2007. Un titolo certamente sfuggito
di penna a qualche praticante giornalista o
commissionato dall’alto dal momento che mai una
persona dell’intelligenza di Giuliano Ferrara
potrebbe emettere giudizi simili, assolutamente
incompatibili con i risultati, politici e
numerici, raggiunti in poco più di vent’anni dal
casuale erede di Giorgio Almirante. I risultati
numerici sono facilmente verificabili. Nel 1972
, quando Gianfranco Fini muoveva i suoi primi
passi all’ interno del Movimento Sociale
Italiano, il partito raggiunse alle elezioni
politiche per il Senato il 9,1 dei voti; oggi,
dopo vent’anni di dirigenza finiana, la
componente alleanzina confluita nel PDL può
contare, nella migliore delle ipotesi, dello
stesso numero dei voti, percentuale che le è
stata riconosciuta nella spartizione all’interno
del Partito della libertà. Evitando strappi
ideologici e mutamenti di sigle, semplicemente
rinnovandosi senza tradire le sue origini e
consegnando alla storia ciò che oramai
appartiene solamente alla storia, magari
chiarendo il senso di mai risolti equivoci
atlantisti, il vecchio MSI potrebbe oggi
possedere ancora una propria identità
social-nazionale ed un consistente peso numerico
invece di aver dato linfa a quel «partito
nazionale» leghista che ne ha sostanzialmente
raccolto l’eredità politica ed elettorale.
Era il 19 agosto 1989 quando Gianfranco Fini
affermava: «Credo ancora nel fascismo, sì, ci
credo»; «Nessuno può chiederci abiure della
nostra matrice fascista», Il Giornale, 5 gennaio
1990; «Mussolini è stato il più grande statista
nel secolo. E se vivesse oggi, garantirebbe la
libertà degli italiani», 30 settembre 1992;
«…chi è vinto dalle armi ma non dalla storia è
destinato a gustare il dolce sapore della
rivincita… Dopo quasi mezzo secolo, il fascismo
è idealmente vivo…», maggio 1992; «Mussolini è
stato il più grande statista del secolo», 1°
aprile 1994; «Ci sono fasi in cui la libertà non
è tra i valori preminenti», giugno 1994). O
ancora: «E’ sempre il fascismo il nostro sogno»
(La Repubblica); «L’antifascismo non fa per noi»
(La Nazione); «Spiego il fascismo del 2000»
(L’Eco di Bergamo); «Via la muffa dal fascismo»
(Il Messaggero). Poi, improvvisa, l’abiura del
«fascismo male assoluto” con tanto di Kippà in
testa, l’esaltazione della shoah e l’assunzione
nell’ industria dell’olocausto affiancato dal
potente tutore sionista. «Mussolini? Sarei
schizofrenico a definirlo il maggiore statista
del’900», Corriere della Sera, 26 marzo 2009 .
Poi le aperture verso gli extracomunitari, dopo
aver firmato la legge antiimmigrazione assieme a
quel Bossi «autentica vergogna della politica
italiana», che aveva giurato non avrebbe più
avvicinato «neanche per un caffè», seguìto dal
riconoscimento della cittadinanza paritaria
degli immigrati. E ancora gli attacchi alla
Chiesa (1995) rinnovati di recente («Anche la
Chiesa si adeguò all’ infamia delle leggi
razziali», dicembre 2008) e le aperture in tema
di fecondazione assistita; quindi, dopo la
difesa della famiglia intesa come unione tra
uomo e donna, il riconoscimento delle coppie di
fatto e delle unioni omosessuali (2006).
Infine lo smarcamento e l’aperto dissenso verso
il Berlusconi della ormai «ex coalizione» («Non
entrerò mai nel partito unico di Berlusconi… non
ci si inventa un partito in una notte»),
rientrati immediatamente per l’imprevista caduta
del governo Prodi che lo costrinse al veloce
ritorno in coalizione con Berlusconi e Lega.
Nel 2009, prima dello scioglimento di AN, altra
serie di interventi contraddittori. Il 9 gennaio
decelera sul problema immigrati bocciando un
emendamento leghista che avrebbe imposto agli
immigrati di pagare una tassa di soggiorno; il 4
febbraio interviene sul caso Englaro affermando:
«Invidio chi ha certezze. Personalmente non ne
ho, né religiose, né scientifiche», figuriamoci
politiche; il 10 marzo, quando Berlusconi
propone che in Aula i capigruppo votino anche
per i colleghi, si scandalizza invocando il
rispetto delle regole e l’autonomia del
parlamentare fingendo di dimenticare che i suoi
deputati (a memoria di chi scrive) venivano
invitati a votare in un certo modo sotto
minaccia di non ricandidatura; il 12 marzo, a
chi gli fa ironicamente notare che, con i suoi
palesati convincimenti, potrebbe benissimo
candidarsi a leader del Partito democratico e
che, comunque, il ruolo di Presidente della
Camera gli imporrebbe di moderare dichiarazioni
ed interventi di parte, risponde: «Il presidente
della Camera non è un ornamento, esprime le
proprie opinioni. Se poi queste vengono
etichettate come di sinistra, non ci trovo nulla
di male». Piccolo inciso, a quella data è ancora
leader dell’unico partito di destra presente in
Parlamento.
Infine, in attesa del’agognato via libera all’
entrata nel partito democristiano europeo (PPE),
la fusione fredda di questi giorni col partito
del premier, suggellata da un intervento
patetico con tanto di citazione del grande poeta
fascista Ezra Pound: «Se un uomo non è disposto
ad affrontare qualche rischio per le proprie
idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale
niente lui». Non poteva scegliere un richiamo
meno opportuno.
Erano cose, del resto, ampiamente prevedibili.
Capitato per caso nel neofascismo, vissuto
indegnamente a fianco di giovani che
sacrificarono la vita alle loro idee, «er
caghetta», come veniva definito dai suoi
camerati, ha sempre pensato più alla sua
carriera che a tener viva la fiamma dell’ideale.
Senza mai correre rischi, come quando, alle
manifestazioni di piazza, vestendo l’immancabile
impermeabile bianco da commissario di polizia,
si infilava nei negozi «per controllare la
situazione» e schivare la mischia e le sprangate
dei compagni.
L’aveva ben previsto Giorgio Pisanò che, ben
conoscendo il personaggio, scrisse:
«Riconosciamo a chiunque il diritto di
modificare le proprie opinioni e trarne le
debite conseguenze. Quello che non riconosciamo
a nessuno è il diritto di imbrogliare il
prossimo e di sfruttarne spudoratamente e
cinicamente gli entusiasmi, la fiducia, le
speranze, per farne lo strumento di trasformismi
finalizzati alla conquista di posizioni di
potere. Solo i cretini e i complici in malafede
possono oggi ancora sostenere che i
comportamenti e gli atteggiamenti politici di
Fini, quello che dice a proposito e a sproposito
di Mussolini e del Fascismo, siano le
manifestazioni di una astutissima operazione
tattica, tendente a portare il Fascismo e i
fascisti nell’area di governo e quindi al
potere. Fini e compagni non hanno mai pensato di
portare i fascisti al potere. Hanno pensato, e
ci sono riusciti, di imbrogliare e sfruttare i
fascisti per arrivare loro al potere. E adesso
mirano all’ultima fase dell’operazione: quella
che deve puntare all’annullamento del Msi nel
calderone liberaldemocratico di An, preludio al
travaso finale di tutta la banda Fini nella
Forza Italia di Berlusconi».
Era il 28 aprile 1994, esattamente quindici anni
fa, e quanto affermato da Pisanò s’è
puntualmente avverato, anche se nessuno avrebbe
potuto prevedere i termini di una mediocrità che
La Stampa di Torino ha così sinteticamente
definito: «Un segretario in grigio, non eccelle
in nulla. Non ha mai dovuto lottare per ottenere
qualcosa. Ha programmato la sua ascesa come una
carriera da statale».
Non preoccupa certo che il personaggio ricopra
oggi la carica di Presidente della Camera: c’è
di tutto e di più anche nelle storie personali
degli esponenti delle altre massime cariche
istituzionali di una repubblica che ha per
Presidente colui che elogiò l’invasione
sovietica dell’Ungheria del 1956. Ci preoccupa
invece sapere - almeno finché la sua storia
rimarrà intrecciata a quella della nazione
italiana - come finirà quest’uomo che ha
distrutto una famiglia politica al solo unico
scopo di inseguire i suoi sogni di gloria ed il
proprio tornaconto personale. Finirà vincente o,
abbandonato anche dai pochi fedelissimi
rimastigli, verrà fagocitato da squali più abili
di lui che, al pari suo, hanno gettato alle
ortiche la tonaca degli ideali passando in pochi
anni dai vertici del PCI o del socialismo
massimalista alla corte di Berlusconi? O
finiranno tutti quanti tritati da una rinata
coscienza nazionale? E’ problema che riguarda
non tanto il futuro di clan e partiti quanto
quello di un intero Paese.
ERCOLINA MILANESI