LA TERRA MALEDETTA
Da qualche tempo si usa su la bizzarra espressione “Cristiani d’Oriente perseguitati”. Non si tratta dell’approssimazione di giornalisti poco esperti di geografia o di un vezzo tardocolonialista. A costringerci a impiegare termini lati è la realtà dei fatti: dall’Anatolia all’Estremo Oriente i cristiani sono sotto attacco, vuoi delle subdole armi di provvedimenti di legge di ispirazione faziosa, vuoi della violenza brutale che non ha paura delle leggi perché sa che non saranno esercitate in difesa dei cristiani.
A Midyat, nel sud della Turchia e a 20 chilometri dal confine con la Siria, alcune comunità di villaggio musulmane stanno cercando di impadronirsi, per via legale, del terreno su cui sorge il più antico monastero cristiano funzionante del mondo: il convento siro-ortodosso Mor Gabriel sul monte Tur Abdin. Nel 2008 alcuni tecnici incaricati dal catasto hanno ridisegnato i confini dei terreni che circondano il monastero per aggiornare il registro delle proprietà. I nuovi confini assegnano a tre villaggi circostanti lotti di terreno che sono stati per secoli proprietà del monastero. Il suolo su cui sorge il monastero stesso è stato riclassificato come appezzamento forestale pubblico. I dirigenti dei tre comuni hanno perciò portato in giustizia i monaci, asserendo pure che il convento è stato edificato nel luogo su cui sorgeva una moschea, e la Corte ha deciso di avviare il procedimento l’11 febbraio prossimo. «L’accusa è assurda, il monastero è del 397 d.C., circa 200 anni prima del profeta Maometto e della costruzione di qualunque moschea», afferma David Gelen, esponente della comunità siro-ortodossa. «Eppure la Corte di giustizia ha deliberato la procedura». Più sbrigativi gli energumeni della città di Samsun sul Mar Nero: all’uscita della Messa dell’unica chiesa cattolica il 18 gennaio scorso hanno aggredito a calci uno dei fedeli al grido: «Voi, voi cristiani volete dividere la Turchia, ma state attenti, noi veniamo da Trabzon, noi vi uccidiamo». Trabzon, l’antica Trebisonda, è la città d’origine degli assassini del giornalista armeno Hrant Dink e del sacerdote romano don Andrea Santoro.
A Mosul, Iraq settentrionale, finita l’ondata di violenza assassina mirata contro i cristiani, sono ripresi i rapimenti ai loro danni, con esiti tragici. Il 15 gennaio è stato ritrovato il corpo crivellato di colpi di arma da fuoco di Chourik Bagrad, cristiano armeno che avrebbe resistito a un tentativo di rapimento e per questo sarebbe stato trucidato. Meglio è andata a un altro cristiano di Mosul, rapito il 31 dicembre e liberato dopo due settimane di maltrattamenti e torture, quando i parenti hanno pagato un riscatto di 50 mila dollari. Atti criminali a sfondo religioso? Non direttamente, ma «i cristiani sono l’obiettivo principale dei sequestri perché, a differenza di arabi e curdi, non sono protetti dalla comunità in armi, dai parenti e dalle forze dell’ordine: per i criminali sono bersagli più facili».
Nella provincia pakistana Frontiera nord-ovest anche le scuole femminili gestite da cristiani, un po’ come tutte le altre, sono state costrette a chiudere a causa delle ripetute aggressioni dei talebani, che in due anni hanno assalito o distrutto 170 istituti della regione, per lo più femminili. Nella regione del Punjab invece la persecuzione è mirata: gruppi musulmani hanno assaltato la chiesa e le case dei cristiani del villaggio di Kot Lakha Singh, nel distretto di Narowal, il 14 gennaio scorso. Pretesto della spedizione punitiva la controversia intorno a un terreno acquistato da un giovane cristiano e del quale un musulmano afferma di essere il vero proprietario. Tanto è bastato per organizzare un’aggressione di massa alla sua casa, nel corso della quale sono stati malmenati i presenti, incluse donne e bambini, e rubati soldi e oggetti d’oro presenti nell’abitazione. La folla ha poi attaccato le abitazioni di altre tre famiglie cristiane del villaggio, quindi ha fatto irruzione nella chiesa, usata sia dalla comunità cattolica che da quella protestante, danneggiando gli arredi e strappando libri liturgici e bibbie. «I musulmani del villaggio discriminano i cristiani e i commercianti rifiutano di vendere loro anche prodotti di uso quotidiano», ha dichiarato il consulente legale dei cristiani.
Propaganda anticattolica ad Hanoi
In Vietnam, invece, sono stati premiati a Hanoi i giornalisti denunciati dai cattolici per aver raccontato il falso sulle vicende della ex delegazione apostolica e della parrocchia di Thai Ha (vedi Tempi del 23 ottobre 2008). Si tratta di inviati del quotidiano Ha Nôi Moi e di Vietnam Television. Il premio, assegnato il 15 gennaio, era sotto l’alto patronato del segretario del Partito comunista di Hanoi, Pham Quang Nghi, ed è stato assegnato, si afferma nella motivazione, «per aver positivamente seguito la retta via». Al processo contro otto fedeli della parrocchia di Thai Ha, accusati e testimoni hanno riferito che tutti gli imputati si sono dichiarati non colpevoli davanti al tribunale, ma i due media hanno riportato che «tutti gli imputati hanno ammesso la loro colpevolezza, riconoscendo che hanno compiuto azioni negative in violazione della legge». A settembre la diocesi di Hanoi aveva denunciato l’apparizione alla televisione di Stato di due persone presentate come sacerdoti che avevano contestato le manifestazioni dei cattolici ma che in realtà sacerdoti non sono mai stati. Invece il quotidiano si è inventato prima un fedele della parrocchia che accusava i manifestanti di Thai Ha di «non seguire il catechismo cattolico», poi un altro cristiano in di-saccordo coi vescovi effettivamente esistito ma deceduto da anni.
L’Oriente è grande, le situazioni varie e differenti, ma l’ipotesi di una strategia concordata fra tutte le Chiese cattoliche e poi magari con tutte le comunità cristiane per far fronte alla situazione non è da scartare. A Roma la settimana scorsa l’arcivescovo di Kirkuk Louis Sako ha proposto di indire «un sinodo per la Chiesa in Iraq e in tutto il Medio Oriente, per i vescovi che vivono in Iraq, Siria, Giordania, Israele, Palestina e in tutta la regione, perché da soli non sappiamo organizzarci e un sinodo aiuterebbe tutti a studiare insieme alla Santa Sede, per definire il rapporto con l’islam e il ruolo in politica, così come è già stato fatto con il Libano». Le motivazioni, secondo Sako, sono forti: «C’è un vuoto di presenza della Chiesa, siamo sempre di meno, e se non esiste una visione chiara i cristiani non rimarranno in Medio Oriente e lasceranno questa terra un tempo benedetta e ora maledetta». La proposta non ha ancora ricevuto risposte formali, ma l’arcivescovo confida nell’attenzione del Papa: «Il Santo Padre ha fatto tanto per noi e abbiamo ancora bisogno del suo aiuto. Grazie a Benedetto XVI, ai suoi continui appelli, i media internazionali hanno iniziato a parlare della causa irachena».
ERCOLINA MILANESI