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I miei articoli politici
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L’IGNORANZA: PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA USA “
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Se una nazione si aspetta di essere ignorante e libera, in uno stato di
civilizzazione, si aspetta una cosa che non è mai avvenuta e mai avverrà
“. Questo
monito del terzo Presidente Thomas Jefferson dovrebbe far riflettere gli
americani
perché il 2 novembre andranno alle urne per scegliere il Capo
della Casa Bianca e sapranno abbastanza per essere liberi?
Secondo
queste statistiche, il 69 per cento degli americani crede che Saddam
Hussein fosse personalmente coinvolto negli attentati dell’11
settembre, perché si fida delle denunce venute dalla Casa Bianca. Il 34
per cento è convinto che le armi di distruzione di massa irachene siano
state trovate, e il 22 per cento pensa che siano state usate contro le
truppe Usa durante la guerra. A
fronte di queste certezze belliche, gli abitanti degli Stati Uniti hanno
invece seri ostacoli pratici nel comprendere la geopolitica. Ben
l’85 per cento di loro, ad esempio, non sa individuare l’Iraq,
l’Afghanistan o Israele su una cartina geografica. Nemmeno il ricordo
dell’attacco giapponese a Pearl Harbour è troppo vivido, se è vero
che il 30 per cento dei giovani americani non sa trovare l’Oceano
Pacifico sul mappamondo. La percentuale scende quando si tratta di
scoprire gli Stati Uniti, ma comunque l’11 per cento degli abitanti
non è capace di individuare nemmeno la terra su cui vive. Se la
geografia non è il forte degli americani, la demografia non può
aiutarli a comprendere le complicate evoluzioni dell’era globale.
Infatti, sempre secondo i dati di Carter, il 75 per cento dei giovani
adulti Usa non sa quale è la popolazione totale del proprio paese. In
compenso, 70 milioni di americani si descrivono come cristiani
evangelici che hanno accettato Gesù come loro salvatore personale e
interpretano la Bibbia come la parola letterale di Dio. In
un quadro
del genere, non può sorprendere che la conoscenza politica sia carente.
Per
esempio, l’85 per cento degli americani non sa il nome del Capo della
Corte Suprema, William Rehnquist, nonostante nelle elezioni del 2000 sia
stato proprio il suo tribunale ad assegnare la vittoria finale a Gorge
Bush. Ovvio, quindi, che il 30 per cento degli americani consideri “
la politica e il governo troppo complicati per capirli”. Per saperne
di più, tornerebbe utile leggere, ma per leggere bisognerebbe conoscere
l’alfabeto. Eppure questo, secondo uno studio della United Way of
Greater Loa Angeles, è proprio lo strumento basilare che manca alla metà
della popolazione lavoratrice nella più grande città della California.
La
colpa, secondo la ricerca, è dell’immigrazione continua e dell’alto
tasso di abbandono delle scuole superiori; ma se la diagnosi è giusta,
pochi si preoccupano di garantire una cura. Le statistiche della United
Way, infatti, dimostrano che solo un lavoratore analfabeta su dieci è
iscritto a classi speciali per imparare a leggere e a scrivere, e la metà
degli iscritti molla tutto in tre settimane. Sembrano dati esagerati,
per un paese che continua a dominare la gara annuale ai premi Nobel per
la fisica, la medicina, la chimica e l’economia. Ma c’è un distacco
molto netto fra l’istruzione di base offerta a tutti e quella d’élite,
che meno del 5
per cento della popolazione riesce a ricevere dalle grandi
università tipo quella dell’Ivy League, pagando rette fino a 40 mila
dollari per anno accademico. L’ignoranza
e la disinformazione provocano principalmente due effetti: primo, scelte
politiche basate sulla scarsa conoscenza dei fatti; secondo, poco
interesse per il processo elettorale. Il
partito di Kerry ha premuto, nella speranza di capitalizzare il
risentimento verso Bush tra le minoranze e le classi medie e povere,
mentre quello del Presidente ha cercato di mobilitare lo zoccolo duro
dei fondamentalisti cristiani. L’affluenza
alle urne dovrebbe aumentare, secondo tutti gli analisti, ma si parte
comunque da una base molto bassa. Nel 2000, infatti, solo il 51,3% degli
aventi diritto era andato ai seggi per scegliere tra Bush e Gore: di
conseguenza il Capo della Casa Bianca è un
Presidente di minoranza, perché la maggioranza degli americani o
ha votato contro di lui, o non ha votato proprio. I
politologi discutono da decenni il fenomeno dell’astensionismo, per
tastare il polso alla democrazia americana e hanno raggiunto il consenso
su almeno due punti: circa metà degli abitanti non votano perché non
si sentono rappresentati, oppure perché non seguono la politica. Il
governo, secondo loro, è troppo inutile e distante per curarsene. Gli
altri vanno alle urne, ma spesso basano le scelte su qualche spot
televisivo
o qualche frase afferrata durante i dibattiti. Troppo
poco per far felice Benjamin Franklin, convinto che “ un investimento
nella conoscenza paga sempre il migliore interesse”. |
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