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I miei articoli politici
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FORT
HOOD, DOVE SI CURA LA SINDROME DELL’IRAQ “
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Alla
base di Fort Hood, nel Texas, atterrano ogni settimana due aerei carichi
di feriti: dieci, venti, anche trenta alla volta. Il
colonnello Robert Gombeski, comandante del Department on Social Work,
cioè l’ufficio incaricato di aiutare i reduci a reinserirsi nella
vita normale, spiega: “ Guardiamo i telegiornali, sentiamo dove
avvengono i combattimenti, sappiamo dove sono i nostri ragazzi e quindi
ci prepariamo in anticipo ad accoglierli. All’epoca del Vietnam chi
cedeva sul piano emotivo veniva etichettato come un cattivo soldato o un
imboscato. Succedeva anche ai tempi di mio padre, che ha combattuto in
Italia durante la Seconda Guerra Mondiale: lo chiamavano “shell
shock”, ma era un sinonimo di tradimento. Eravamo ignoranti. Non
sapevamo che il Post Gombeski
parla di casi come quello che il sergente Nicholas McCahill ha
raccontato a Nancy Bourget, responsabile delle pubbliche relazioni al
Darnall Army Community Hospital di Fort Hood: “ Sebbene fossi
addestrato per la mia missione, non potevo essere preparato per quello
che ho visto, sentito e sopportato durante il mio anno in Iraq. Non
dormivo mai. Avevo sempre paura di chiudere gli occhi, nel timore che
qualcuno cominciasse a sparare e io non fossi pronto a rispondere. Il
rumore del nemico che tirava diligentemente contro i membri della mia
squadra, le grida dei miei compagni feriti, l’odore della carne
bruciata di alcuni bambini che saltarono in aria mentre rubavano colpi
da un deposito di munizioni, sono cose che non scorderò mai. Quando
sono tornato a casa è stata dura. Mi sembrava che tutto fosse cambiato
da quando ero partito, e il minimo rumore mi faceva sobbalzare”. Per
il colonnello Richard Moczgemba, capo del Dipartimento di psichiatria
all’ospedale Darnall, tutto questo è normale. “ I soldati associano
eventi comuni a casa con situazioni di stress vissute in guerra. E’
uno dei molti sintomi del PTSD. Gli altri sono insonnia, incubi, ansietà,
rabbia per qualche ricordo dell’Iraq, isolamento, timore per la
propria sicurezza, costante stato di allerta, eccessivo senso di colpa e
irascibilità.I militari devono sviluppare capacità di sopravvivenza
particolari in guerra, ma poi è difficile riadeguarsi alla normalità”.
Le
forze armate, secondo Gombeski, cercano di prepararli. “ Incontriamo i
soldati prima della partenza, per individuare eventuali problemi
psicologici e avvertirli di che cosa li aspetta. Ma non è facile. Nella
vita civile al massimo ci capita di essere testimoni di un incidente
d’auto; chi può prevedere la reazione di una persona quando un
compagno vicino viene dilaniato da un colpo di mortaio?” Secondo
studi interni del Pentagono, circa il 20 per cento dei reduci torna
dall’Iraq con problemi mentali più o meno evidenti e almeno quattro
veterani sono sotto inchiesta per l’omicidio di un collega. Ad
accoglierli a Fort Hood trovano i membri del programma Care Manager,
assistenti sociali militari e civili comandati da Gombeski. Spiega
il colonnello: “ Prima del rientro i soldati vengono informati sui
sintomi del PTSD e sui problemi che potrebbero incontrare a casa. Molti
dimenticano che le famiglie hanno continuato a vivere senza di loro, e
pretendono di ritornare al proprio posto senza capire che intanto il
mondo è cambiato. Quindi, quando arrivano a Fort Hood, li contattiamo
tutti due volte, per offrire il nostro aiuto-“ La
chiave, secondo Moczygemba è” farli sentire a proprio agio nel
raccontare la loro esperienza, perché spesso pensano che i loro
familiari non possono comprenderli. I soldati colpiti da PTSD devono
evitare qualunque cosa assomigli a una soluzione rapida, tipo alcool,
droghe, o pillole varie”. Parecchi,
anzi la maggioranza, di questi ragazzi americani si sono arruolati perché
erano disoccupati
a causa della grave crisi economica che regna negli Stati Uniti. La
guerra
però resta una tragedia che segna anche gli assistenti sociali
di Fort Hood, come dice Jacqueline Cusick:” il numero dei feriti e dei
reduci colpiti dal PTSD continua ad aumentare e non sapremo quando finirà”. Un
caporale della Prima Divisione di Cavalleria, ferito a Baghdad alla
faccia e ad una gamba dice che si aspettava qualcosa di più al suo
ritorno in patria. Mentre parla gli tremano le mani e abbassa la testa:
“ Sono un volontario, conoscevo il rischio che correvo, e non pretendo
un trattamento speciale, però mi pare che stiano facendo il meno
possibile per aiutare i reduci. Mi sento come un arnese rotto, che non
vale la pena di riparare perché tanto non serve più”. Il
Pentagono assicura che non li abbandoneranno come accadde dopo il
Vietnam. Ma chi crede più alle promesse di uno stato che invade una
nazione per puro scopo di lucro, uccide migliaia di innocenti bambini,
vecchi e donne, che ha scatenato atti di terrorismo e sequestri di
persone, consapevole che, rimanendo in Iraq, questa tragedia non finirà
mai? Ovvio
che gli yankee se ne freghino altamente di come si viva in Iraq, però
coloro che vogliono passare per umani, altruisti, liberatori non hanno
neppure pietà dei loro ragazzi, anche se mercenari. Attenta
America perché, prima o poi , arriva la resa dei conti e come dicevano
i saggi latini: “ Levis est fortune: cito reposcit quod dedit: la
Fortuna è leggera: presto chiede indietro ciò che ha dato “. |
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