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I miei articoli politici

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Il sogno della Georgia è entrare nell'UE

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A Tbilisi, capitale della Georgia, sventolano centinaia di bandiere: rettangolo blu con il cerchio di stelle, per le strade, i negozi, sul municipio, ovunque, anche se la Georgia, come l’Ucraina, è lontanissima da un possibile ingresso nell’UE.

Questi paesi dell’ex Unione Sovietica vogliono avere un assetto democratico stabile e, tra una rivoluzione, più o meno cruenta e l’altra, chiedono aiuto al Vecchio Continente e non solo soldi, ma soprattutto la loro aspirazione è un modello socio-politico occidentale, lontano dalla grande madre Russia.

Il Presidente georgiano Mikhail Saakashvili, il 23 novembre 2003, per protestare contro la corruzione della classe politica ed i brogli elettorali, entrò nell’aula principale del Parlamento, con una rosa in mano, e costrinse il neoeletto presidente Eduard Shevarnadze ad uscire sconfitto. Dopo, a soli trentasei anni, fu eletto Capo di Stato con il 96 % dei suffragi.

Saahashvili  ha formato un governo di giovani ministri, tutti laureati in Europa ed in America e si augura che ciò possa accadere anche in Ucraina; inoltre inaugurando una Chiesa ortodossa ha lanciato un appello elettorale in favore del candidato dell’opposizione alle elezioni ucraine Viktor Yushenko.

“E’ un processo storico irreversibile” ha dichiarato il presidente georgiano” e a Kiev sta succedendo quel che è successo a Tbilisi e questo è il momento in cui la popolazione ucraina ha deciso di scegliere l’Europa piuttosto che la Russia”.

Una frase poco diplomatica perché è noto il legame tra l’Ucraina e la Russia di Putin che, infatti, ha appoggiato fortemente l’altro candidato, il premier Yanukovich e perché i rapporti tra Tbilisi e Mosca stanno peggiorando sempre più.

La Georgia, patria del “piccolo padre” sovietico Stalin, confina con la Cecenia e i russi criticano Saakashvili di non combattere aspramente il terrorismo indipendentista.

Durante la campagna elettorale dello scorso gennaio il più massiccio contributo economico, all’attuale presidente georgiano, sarebbe arrivato dal grande finanziere yankee George Soros.

Ciò starebbe a dimostrare ad una intromissione degli Usa negli affari altrui e in questo caso nella Georgia, identica a quella denunciata dallo steso Putin durante le elezioni in Ucraina.

Sia il presidente georgiano che il partito radicale Transnazionale danno per scontato che il loro futuro è legato a Bruxselles e sostengono, da parecchi anni, che tutta l’area del Caucaso si debba legare all’Europa e che senza i Balcani e senza Caucaso la riunificazione del continente è incompleta.

 Le utopistiche speranze dei radicali e i proclami entusiastici del presidente georgiano, con sfavillio di bandiere europee, dimenticano che la Georgia non è uno stato economicamente solido pronto all’ingresso nell’UE e, anche se i ragazzini sono vestiti come quelli italiani e nei pub si cantano motivetti pop rock in inglese, perfino nella capitale la luce elettrica va a intermittenza e fino a tre anni fa, si poteva stare senza corrente anche per tre giorni. Nel resto del paese, ancora oggi, finita la cena si accendono le candele per risparmiare.

La povertà è spaventosa: 40 lari al mese ( 17 euro) sono lo stipendio medio. Il Ministro dell’Economia, Kakha Bendukidze, oltre a requisire soldi dei vecchi funzionari corrotti e incarcerati, a volte senza processo pubblico, sta privatizzando cliniche, sale da concerto, alberghi, aeroporti, qualsiasi cosa.

La Georgia non ha solo problemi economici ma anche dal punto di vista territoriale: le regioni dell’Abkazia e dell’Ossezia del Sud vogliono da anni l’indipendenza e le loro lotte sono costate migliaia di morti e migliaia di profughi.

La Turchia, in fila da anni, forse entrerà in Europa dopo il 2014, e la Georgia e l’Ucraina debbono attendere ancora più a lungo.

Chissà se l’ultima parola spetterà al presidente degli Stati Uniti o alla Grande Madre Russia?


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