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I miei articoli politici

 

In Congo una nuova Guerra dei Grandi Laghi

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Truppe ruandesi sono entrate nel territorio orientale del Congo, grandi unità si muovono silenziose e veloci nelle foreste, alcuni villaggi sono stati attaccati e bruciati, combattimenti con i regolari congolesi si accendono e si spengono ogni giorno a nord di Goma verso la grande distesa del Lago Edoardo.

Il governo di Kinshasa mobilita e annuncia: “ Siamo in guerra con il Ruanda”, e tiene convegni segreti con gli ugandesi pronti a imbracciare anche loro il fucile.

Kigali, sprezzante, non risponde nemmeno alle richieste di spiegazioni del Consiglio di Sicurezza e lunghe colonne di camion portano latre migliaia di soldati verso questi confini insanguinati, i seminatori di odio etnico, invasati e febbrili, sono, nuovamente, al lavoro. La guerra dei Grandi Laghi, il primo conflitto mondiale africano, si riaccende.

Nella parte orientale del Congo, le foreste di Kanyabayonga sono uno degli ultimi luoghi della terra, ove la notte precipita come se qualcuno avesse schiacciato un interruttore, le piste spariscono inghiottite dalla voracità vegetale della natura.

Almeno cinquantamila uomini, donne e bambini strisciano nel fango alla ricerca di un po’ di cibo per vivere sino al giorno dopo, inseguiti dal rumore di imminenti massacri, vendette, regolamenti di conti. Nel nord del Kivu gli anni sono scanditi dalle date della pulizia etnica, delle reciproche vendette. Anche se non esiste radio, né televisione si è sviluppato un sesto senso per capire quando un uragano sta arrivando. Per questo un popolo indifeso, scalzo, indigente sta, nuovamente, fuggendo e si porta dietro un fagotto, una bacinella di plastica con un po’ di cibo, è tutta la ricchezza di questi uomini in una zona del mondo dove fortune incalcolabili passano di mano e riempiono i forzieri.

Le guerre in Africa sono diverse da quelle europee, sono sanguinosi eventi senza rumore, nessuno le racconta. Qui i conflitti, lunghi e feroci, sprofondano rapidamente nel dimenticatoio, le tracce spariscono, la gente torna appena possibile nei loro villaggi distrutti, rimette in piedi le capanne di fango a fianco di quelle bruciate, si seppelliscono i morti nelle foreste.

Le battaglie sono interminabili, sonnecchiano, languono, poi di colpo si infiammano, tornano ad esplodere, le alleanze sono di cera. Ecco ciò che sta accadendo nel Congo orientale. Soldati, miliziani, ribelli, mercenari di almeno sei Paesi si sono scontrati per anni causando centinaia di migliaia di morti. Tutto sembrava sopito e gli eserciti regolari formati in maggioranza da bambini avevano lasciato il posto a quelli dei signori della guerra che, in questa zona, controllano le miniere di oro, diamanti, coltan, trafficano, succhiano il poco sangue rimasto alla gente.

L’invasione ruandese ha una motivazione ufficiale: si vuole dare la caccia alle milizie degli estremisti hutu. Sono alcune migliaia di guerriglieri, si parla di diecimila, la manodopera del genocidio dei tutsi, da dieci anni sfuggono alla vendetta, dagli impenetrabili santuari nella foresta continuano a compiere raid oltre confine. E’ un nemico deciso ad insistere nella sua parte di fantasma. Per ora sono sconfitti, ma al momento opportuno sono decisi alla rivincita.

La necessità di eliminarli è una scusa, mentre in realtà ci sono motivazioni più complicate.

Il Congo orientale è un antico sogno dei tutsi ruandesi e queste tere stipate di ricchezza sono lo spazio vitale degli ambiziosi leader tutsi. Qui vi è un forziere per finanziare un potente stato nel cuore dell’Africa.

Dietro i documenti ufficiali firmati dai due Stati che si impegnavano a trasformare la zona del Grandi Laghi in “un’area di pace e sviluppo”, i ruandesi sono decisi a rafforzare la loro influenza. Il governo congolese di Kabila, fino al 1998 loro protetto poi colpevole di voler essere indipendente, ha deciso di riprendere il controllo di questa parte del paese e loro hanno subito reagito. Sanno che i ruandofoni saranno i primi a pagare per le ruberie e i saccheggi degli anni di occupazione.

Mentre gli scontri divampano e i cinquantamila profughi si inoltrano sempre più nelle foreste, le Nazioni Unite moltiplicano i comunicati, le solite tiritere.

I portavoce del contestato africano Annan affermano che non ci sono prove certe della “invasione” ruandese e solo dopo due settimane è comparsa nei comunicati la timida ammissione: “ Quasi certamente forze militari ruandesi hanno superato la frontiera”.

Come al solito la burocrazia umanitaria del Palazzo di Vetro si guarderà bene dall’intervenire e resterà a fare da spettatrice.

Intanto in Congo, come in moltissime parti dell’Africa, si continua a morire !

 


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