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I miei articoli politici

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“ LA  SECONDA  SINDROME  DEL  VIETNAM “

 

 

 

Secondo molti elettori americani il Vietnam sembra scomparire dalla campagna per le presidenziali americane di novembre ma sta rientrando dalle truppe schierate in Iraq il cui umore comincia a soffrire una sindrome simile a quella della guerra in Indocina, almeno in base ad una inchiesta pubblicata dal giornale “Christian Science Monitor.”

Per tutto il mese di agosto e parte di settembre i sostenitori di Bush e Kerry si sono accapigliati sulle medaglie conquistate dal senatore del Massachusetts, poi rinnegate nelle manifestazioni degli Anni Settanta e ancora sul servizio militare prestato o evitato dal Presidente nella Guardia Nazionale.

La polemica, oltre che dall’interesse elettorale, è stata alimentata da vecchi fantasmi del passato, in un paese dove le spaccature del Vietnam sono state accantonate, ma non superate.

Il Christian Science Monitor, che aveva vinto un premio Pulitzer per la sua copertura della guerra nei Balcani, è andato a vedere se qualcosa del genere sta succedendo anche in Iraq.

Se nell’animo dei soldati che combattono e muoiono stia nascendo un sentimento di avversione al conflitto, come quello che alla fine spinse i giovani tipo Kerry a protestare, rompere il fronte interno e spingere gli Stati Uniti al ritiro. Il risultato dell’inchiesta può essere riassunto in un fatto di colore: i film guardati dai militari nel tempo libero.

A Saigon i ragazzi ascoltavano i Rolling Stones nel programma radio di Adrian Cronauer, a Bagdad guardano il documentario “ Fahrenheit 9-11” di Michael Moore.

Naturalmente non esiste una statistica precisa sul numero degli spettatori, ma secondo un caporale dei marines di stanza a Ramadi “tutti quanti lo guardano. Quel film sta modellando l’immagine di Bush per parecchie persone”. Il risultato, secondo un soldato sentito a Najaf, è questo: “Nove persone su dieci con cui parlo mi dicono che voterebbero comunque per l’avversario del Presidente, chiunque sia. Nessuno vuole confermarlo, perché tutta questa guerra è stata basata su bugie”. 

Un ufficiale di Ramadi dice che vorrebbe lanciare le proprie medaglie contro il muro della Casa Bianca, come facevano Kerry e gli altri veterani del Vietnam al Pentagono. La sua rabbia nasce dalla mancanza di un obiettivo chiaro e dal fatto che molti soldati sono stati costretti a restare in Iraq contro la loro volontà, quando il Pentagono ha cominciato a congelare i congedi per non spolpare i reparti già sovraimpegnati. Secondo il caporale Nathan Swink dell’Illinois “ non c’è una definizione precisa del motivo per cui siamo qui. Prima erano le armi di distruzione di massa, poi la deposizione di Saddam e poi la ricostruzione. Io voglio combattere per la mia nazione e la mia famiglia proteggendo gli Stati Uniti dai nemici stranieri e interni, non difendere i civili iracheni o fermare la milizia di Al Sadr. Kerry aveva protestato contro il Vietnam: lui è la persona che può mettere fine a tutto questo guidandoci fuori dall’Iraq”.

Un marine di Ramadi dice che: “ non dovremmo essere qui. Non c’è ragione per invadere. Siamo venuti a far arrabbiare la gente e uccidere parecchi innocenti. Non mi piace uccidere donne e bambini. Bush non voleva attaccare Osama bin Laden perché faceva affari con la sua famiglia.” E’ la teoria del film di Moore, che secondo il sergente dei marines Christopher Wallace sta avendo un impatto sul morale delle truppe: “Vogliamo sapere queste cose. Dobbiamo essere informati perché tra poco andremo a votare. “

Il punto è proprio questo: l’11 ottobre scade il limite entro cui i soldati all’estero devono spedire le loro schede elettorali, che nel 2000 fecero la differenza a favore di Bush almeno in Florida.

Intanto tra i marines in Iraq serpeggia un’avversione alla guerra e a Bush.

 


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