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I miei articoli politici
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LA SECONDA
SINDROME
DEL
VIETNAM “ Secondo
molti elettori americani il Vietnam sembra scomparire dalla campagna per
le presidenziali americane di novembre ma sta rientrando dalle truppe
schierate in Iraq il cui umore comincia a soffrire una sindrome simile a
quella della guerra in Indocina, almeno in base ad una inchiesta
pubblicata dal giornale “Christian Science Monitor.”
La
polemica, oltre che dall’interesse elettorale, è stata alimentata da
vecchi fantasmi del passato, in un paese dove le spaccature del Vietnam
sono state accantonate, ma non superate. Il
Christian Science Monitor, che aveva vinto un premio Pulitzer per la sua
copertura della guerra nei Balcani, è andato a vedere se qualcosa del
genere sta succedendo anche in Iraq. Se
nell’animo dei soldati che combattono e muoiono stia nascendo un
sentimento di avversione al conflitto, come quello che alla fine spinse
i giovani tipo Kerry a protestare, rompere il fronte interno e spingere
gli Stati Uniti al ritiro. Il risultato dell’inchiesta può essere
riassunto in un fatto di colore: i film guardati dai militari nel tempo
libero. A
Saigon i ragazzi ascoltavano i Rolling Stones nel programma radio di
Adrian Cronauer, a Bagdad guardano il documentario “ Fahrenheit
9-11” di Michael Moore. Naturalmente
non esiste una statistica precisa sul numero degli spettatori, ma
secondo un caporale dei marines di stanza a Ramadi “tutti quanti lo
guardano. Quel film sta modellando l’immagine di Bush per parecchie
persone”. Il risultato, secondo un soldato sentito a Najaf, è questo:
“Nove persone su dieci con cui parlo mi dicono che voterebbero
comunque per l’avversario del Presidente, chiunque sia. Nessuno vuole
confermarlo, perché tutta questa guerra è stata basata su bugie”.
Un ufficiale di Ramadi dice che vorrebbe lanciare le proprie medaglie
contro il muro della Casa Bianca, come facevano Kerry e gli altri
veterani del Vietnam al Pentagono. La sua rabbia nasce dalla mancanza di
un obiettivo chiaro e dal fatto che molti soldati sono stati costretti a
restare in Iraq contro la loro volontà, quando il Pentagono ha
cominciato a congelare i congedi per non spolpare i reparti già
sovraimpegnati. Secondo il caporale Nathan Swink dell’Illinois “ non
c’è una definizione precisa del motivo per cui siamo qui. Prima erano
le armi di distruzione di massa, poi la deposizione di Saddam e poi la
ricostruzione. Io voglio combattere per la mia nazione e la mia famiglia
proteggendo gli Stati Uniti dai nemici stranieri e interni, non
difendere i civili iracheni o fermare la milizia di Al Sadr. Kerry aveva
protestato contro il Vietnam: lui è la persona che può mettere fine a
tutto questo guidandoci fuori dall’Iraq”. Un
marine di Ramadi dice che: “ non dovremmo essere qui. Non c’è
ragione per invadere. Siamo venuti a far arrabbiare la gente e uccidere
parecchi innocenti. Non mi piace uccidere donne e bambini. Bush non
voleva attaccare Osama bin Laden perché faceva affari con la sua
famiglia.” E’ la teoria del film di Moore, che secondo il sergente
dei marines Christopher Wallace sta avendo un impatto sul morale delle
truppe: “Vogliamo sapere queste cose. Dobbiamo essere informati perché
tra poco andremo a votare. “ Il
punto è proprio questo: l’11 ottobre scade il limite entro cui i
soldati all’estero devono spedire le loro schede elettorali, che nel
2000 fecero la differenza a favore di Bush almeno in Florida. Intanto
tra i marines in Iraq serpeggia un’avversione alla guerra e a Bush. |
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